Maxiparcella al legale, il Comune paga. Difese Tattarini e Valentini che furono assolti, il conto di 180mila euro a carico dell’ente.

GROSSETO. Una maxi parcella di 180mila euro reclamata dall’avvocato, due sindaci che reclamano il diritto a farsela pagare dal Municipio, nel frattempo guidato da un terzo sindaco della stessa famiglia politica, e uno “scaricabarile” di responsabilità tra “figli” dello stesso Stato: la Procura e il Comune. Questi gli ingredienti di una storia che si trascina da 20 anni. E che si avvia a conclusione lasciando sul campo un unico sconfitto, il Comune di Grosseto, che dovrà pagare 180mila euro per la parcella dell’avvocato dell’ex sindaco Ds Flavio Tattarini e della sua giunta.

Nel 1996 la Corte dei conti condanna Tattarini, sindaco dal 1982 al 1991, e la sua giunta, composta da Giuseppe Toscano, Ferruccio Terrosi, Roberta Giulietti, Alberto Barazzuoli, Milvio Parentini, Maurizio Chielli, Aldo Falconi, Edoardo Giovannini e Loriano Valentini, nel frattempo diventato sindaco, per aver violato nel 1991 l’obbligo di realizzare la copertura minima dei costi dei servizi per l’Acquedotto. Ex sindaco, ex giunta e sindaco in carica devono pagare una sanzione di 700 milioni di lire. Ma Tattarini, Valentini e compagni fanno appello, e otto anni dopo, vengono assolti (nel frattempo, la legge è cambiata e non prevede più la responsabilità per gli amministratori). Artefice della vittoria è l’avvocato fiorentino Renato Salimbeni che, un paio di mesi dopo, presenta la parcella: 346 milioni 695mila 307 lire, equivalenti a poco meno di 180mila euro. Una parcella che Tattarini, nel frattempo eletto deputato, e colleghi girano al Comune perché paghi direttamente. Il Comune, però, non ci sta. Perché se è vero che, quando un amministratore è chiamato in causa dalla Corte dei Conti ed è definitivamente prosciolto, le spese legali sono a carico del Comune, è anche vero che l’ente non può staccare un assegno direttamente allo studio legale, ma può solo rimborsare l’amministratore dopo che questi ha anticipato i soldi. Il Comune bolla la richiesta come illegittima e - ormai siamo nel 2001 - chiede lumi alla Corte dei conti. Anche perché, si chiede, per quale motivo se un amministratore è prosciolto, lo Stato non manda il conto a chi lo ha tirato in causa ingiustamente, vale a dire la Procura, invece di bussare al municipio? Ma la Procura «per la sua posizione istituzionale non può essere condannata» a pagare le spese. Si tenta dunque il tutto per tutto con un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, che risponde picche e, nel frattempo, il Consiglio di Stato dà ragione ai ricorrenti. A questo punto Salimbeni, stanco di 11 anni d’attesa, nel 2002 fa causa ai clienti che, a loro volta, portano in tribunale l’amministrazione. Lo scorso aprile, finalmente, la matassa comincia a districarsi. Il giudice Bilisari condanna Tattarini e i suoi a pagare i 180mila euro all’avvocato, più interessi record di 47mila euro, riconoscendo loro, tuttavia, il diritto a essere rimborsati dal Comune. L’estate porta consiglio. Salimbeni, infatti, dichiara di rinunciare agli interessi pur di avere la sua parcella; e il Comune rinuncia a fare appello perché tutto rema a suo sfavore. In caso di sconfitta, infatti, dovrebbe pagare anche i 47mila euro di interessi. Così, invece, sborserà solo - si fa per dire - 180mila euro. «La cifra è molto alta ma purtroppo dobbiamo pagare - spiega l’assessore al Bilancio, Paolo Borghi -. I 180mila euro saranno attinti dal fondo comunale per i contenziosi che è di 250mila euro. Anche se, sia chiaro, se ne riparla a gennaio 2012: ora c’è da rispettare il Patto di stabilità».

Francesca Ferri

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