Un caso limite? Macché, la norma.

GROSSETO. Nove anni a trascinarsi su e giù per le aule del Tribunale di Grosseto, senza avere una risposta. Ma è un caso limite, la dolorosa odissea di Noemi Pallini, oppure è la norma, nei meandri di una giustizia italiana sempre più ammalata?

«Certo questo caso - commenta Luigi Bonacchi, presidente dell’Ordine degli avvocati di Grosseto - fa più impressione di altri, perché riguarda la morte di una bambina. E però, purtroppo bisogna dirlo, anche se meno clamorose vicende come questa, in sede civile, sono praticamente all’ordine del giorno». La storia processuale legata alla morte di Jackeline, semmai, ha un’altra peculiarità. «Questa causa - spiega infatti l’avvocato Bonacchi - è ancora in corso. Di solito invece le cause civili si concludono, dalla prima all’ultima udienza, in quattro o cinque anni al massimo. Il problema è che poi vengono trattenute in decisione dal giudice anche per due, tre, quattro anni ancora». Il che significa, detto in termini semplici, che la sentenza, finito il processo, si fa aspettare per un’altra infinità di tempo. Colpa di una giustizia fannullona? «No - precisa l’avvocato - questo dipende dal numero esagerato di cause che ciascun giudice si vede affidare». Perché i giudici civili ordinari, al Tribunale di Grosseto come in quelli di tutto il resto d’Italia, sono pochissimi. A Grosseto si contano sulle dita di una mano mutilata. E per ciascuno di loro c’è una valanga di fascicoli. «Le faccio un esempio preciso», prosegue Bonacchi. «A Grosseto oggi ci sono solo quattro giudici ordinari a tempo pieno nel civile, escluse le sezioni lavoro e fallimentare. Da poco è arrivato il dottor Bilisari. Ebbene, come ha preso servizio si è visto affidare in blocco 1300 cause». I conti sono presto fatti. La giornata di un giudice passa attraverso le udienze ordinarie, poi le collegiali, la camera di consiglio e via dicendo. Anche ammettendo che, sacrificando la propria vita privata, il magistrato riuscisse a chiudere due sentenze al giorno (di più, in decisioni che spesso possono cambiare la vita delle persone, davvero sarebbe impossibile), ecco che per smaltire un carico da 1300 cause non basterebbero quattro anni di seguito. «E questo - chiosa Bonacchi - nell’impossibile ipotesi che nel frattempo non fossero affidate a quel giudice nuove cause». Insomma, i giudici sono troppo pochi. «Né - assicura il presidente dell’ordine degli avvocati - va meglio per il personale di cancelleria, sempre più ridotto all’osso». E così, mentre in tv e sui giornali ministri e antiministri disquisiscono di grandi riforme, il cittadino comune si vede negato il diritto alla giustizia. «La macchina ormai - dice Bonacchi - è talmente intasata... E quello di Grosseto, nella stessa Toscana, non è neppure uno dei Tribunali messi peggio. Anche le riforme proposte negli ultimi tempi non affrontano i veri nodi del problema, sono solo palliativi». L’unico rimedio, par di capire, è spendere di più in risorse umane. Un po’ come avviene nel penale, dove - tra procuratori e giudici - per una antica scelta della giustizia italiana le forze in campo sono assai maggiori. «Oggi in ambito penale l’Italia viaggia ai ritmi di un Paese europeo», conclude Bonacchi. «Il civile, invece, resta da Terzo Mondo. Sempre ammesso che in Africa esistano cause ancora aperte, dopo nove anni, sulla morte di una bambina...».

Emilio Guariglia

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