Processo “Madoff” Bevilacqua racconta il sistema Da Ponte

GROSSETO. È arrivato da solo, ieri mattina nell’aula A del tribunale di Grosseto. È arrivato senza il suo difensore, nonostante il ruolo di testimone assistito e nonostante la condizione di semilibero dopo la sentenza del tribunale di Firenze dove ha patteggiato tre anni e nove mesi di reclusione. Per spiegare come funzionasse quell’organizzazione a capo della quale sedeva Robert Da Ponte. Mario Bevilacqua, il promotore finanziario di Follonica ieri mattina ha di fatto aperto la lunga lista di testimonianze del processo Da Ponte, quello che si celebra in Maremma e che vede imputati Salvatore Aria, Alfredo Tortorici, Paolo Porisiensi, Piergiorgio Bassi, la follonichese Lara Dall'Acqua e il maggiore della guardia di finanza Marco Sandri, seduto in prima fila accanto al suo difensore Cristina Moschini. Sulle panche, anche alcuni risparmiatori truffati: tra loro ci sono due donne anziane, che certamente non potevano pensare di perdere tutti i loro risparmi investiti con la speranza di vederli crescere, anche solo di poco. Bevilacqua, nel suo portafoglio, aveva 305 clienti. Tutti raccolti nella rete delle relazioni familiari e tra gli amici. Ed è lui a raccontarlo ai giudici Giovanni Muscogiuri (presidente), Andrea Stramenga e Rosa Passavanti, rispondendo alle domande del pm fiorentino Gianni Tei e degli avvocati.

Bevilacqua aveva un lavoro sicuro, in banca. Certamente non redditizio come quello che nel 2002 gli propose Robert Da Ponte, il “Madoff” della Maremma. «Ero dipendente della Banca Popolare di Novara a Castiglione e ho conosciuto Robert Da Ponte perché era cliente della banca - ha spiegato - lui lavorava per Rotschild, e faceva investimenti. Nel 2002 ho firmato un contratto di assunzione con Rothinvest e alla firma c’erano Nathan Rotschild e Robert Da Ponte». Bevilacqua per un periodo ha seguito il ramo immobiliare della società. Poi è passato a quello finanziario. Ed è in quel contesto che si sarebbe consumata poi la truffa da 250 milioni di euro nella quale è rimasto stritolato anche lo stesso Bevilacqua. Come indagato prima e imputato poi, ma anche come parte offesa. Sua moglie, infatti, si è costituita parte civile nel processo grossetano. Sono tanti i soldi passati dalle mani di Bevilacqua in dieci anni di attività. Un conto che sfiorerebbe i 40 milioni di euro, raccolti tra amici e parenti dell’uomo che vivono tutti tra Follonica, Massa Marittima, Castelnuovo Valdicecina e Vada. «Per questo - risponde Bevilacqua al pm - non mi sono mai preoccupato da dove venissero i soldi che i clienti mi affidavano. Sapevo che era tutta gente perbene. Mi sono sentito doppiamente responsabile per quello che è successo, ma anche vittima. Perché di soldi ne abbiamo investiti tanti anche io e la mia famiglia». Il promotore finanziario che ha svolto questa professione per dieci anni senza averne alcun titolo, si è convinto della bontà di quel lavoro dopo il primo viaggio fatto in Svizzera. «Gli investimenti rendevano il 10% annuo e avevamo un certificato della Banca centrale svizzera che ci autorizzava a fare la raccolta di soldi in Italia - aggiunge - Andando in banca a Zurigo mi sono fidato ciecamente. Ho investito tutti i miei risparmi e ho convinto anche gli altri a fare altrettanto». Promotori come Bevilacqua e Stella Tertianz, anche lei sentita come testimone ieri al dibattimento, prendevano il 2 o il 4% di commissioni sugli investimenti a seconda che si trattasse di nuovi clienti o del rinnovo di depositi. «Ma io non ho mai portato soldi in Svizzera - spiega - perché operavamo attraverso bonifici bancari. Oppure, quando c’erano grosse somme in contanti venivano raccolte direttamente da Da Ponte che li portava direttamente a Zurigo». Bevilacqua i conti li ha fatti. «Io e la mia famiglia abbiamo perso tre milioni di euro - ha detto - Quando Da Ponte è sparito io e Stella Tertiantz ci siamo preoccupati e siamo andati in Svizzera. Lì ci hanno rassicurati, poi è successo tutto quello che sapete. È stata la mia buonafede a farmi finire in questa situazione. L’unica cosa che potevo fare era una causa a Nathan Rotschild. Ma non ho le risorse economiche per farlo». Durante l’udienza è stato sentito anche il finanziere Celano che ha accennato al rapporto tra il maggiore Marco Sandri e l’avvocato Armando Castagna, anche lui già giudicato a Firenze. Erano amici da bambini, i due. E sarebbe stato Sandri a presentare Michaela Odderoli ad Armando Castagna.

Francesca Gori



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