«Scappato perché mi volevano morto». Robert Da Ponte, il “Madoff” della Maremma, parla con il pm e chiede la verifica dei conti per risarcire i clienti.

GROSSETO. Un altro interrogatorio fiume. Un’altra chiacchierata andata avanti ore e ore nella sala colloqui del carcere di Prato. Robert Da Ponte, il sessantaquattrenne accusato di aver messo in piedi una truffa da duecentocinquanta milioni di euro, e di essere poi scappato con il malloppo, ha voluto parlare ai magistrati. Ha voluto raccontare la sua versione dei fatti, a un mese dal suo arresto a Monaco di Baviera. Ha aspettato quattro settimane prima di incontrare il magistrato che coordina le indagini. Durante l’interrogatorio di garanzia, subito dopo l’arresto, aveva scelto di non parlare. «Non aveva risposto alle domande del giudice - spiega l’avvocato Azzurra Tatti del foro di Pistoia che lo difende - solo perché voleva farlo al momento opportuno». Il momento opportuno, quindi, sembra essere arrivato tre giorni fa.

Lunedì alla Dogaia c’è stato un primo incontro con il pm, andato a avanti otto ore. Ieri, per altre sette ore, il “Madoff” della Maremma ha raccontato la sua verità. Da Ponte non si è tirato indietro rispetto alle sue responsabilità: sapeva di fare affare illeciti, sapeva che raccogliere denaro in Italia attraverso la società svizzera RothsInvest Asset Managment non era legale. E sapeva anche che non lo era, poi, investire quei soldi oltralpe. «Il fatto però - spiega l’avvocato - è che quello che hanno detto ai giudici e quello che è finito nelle intercettazioni, è stato negato dal mio cliente». La cifra “sparita”, ad esempio. Da Ponte ha parlato di circa cinquanta milioni di euro. E ha anche fatto ai giudici altri nomi, che possono essere utili ai fini delle indagini. I nomi di altri creditori, di quelli che ancora oggi mancano all’appello. «Tanti episodi che gli sono stati contestati - aggiunge il difensore - non li ha negati. E ha anche dato la sua disponibilità a risarcire personalmente, attraverso la sua società, parte di quello che i clienti hanno perso in questa vicenda». I soldi spariti, ha insomma raccontato l’americano di Los Angeles che aveva scelto di vivere a Roccamare, in una villa extralusso ora sotto sequestro, lui non se li è messi in tasca. Sono finiti in investimenti sbagliati, come qualche volta capita. Ma chi ha perso quei soldi, in un modo o nell’altro, ha cercato di riprenderseli. E ora arriva anche l’offerta dell’uomo d’affari italo-americano. Senza creare false aspettative, Da Ponte avrebbe detto al magistrato di andare a controllare quanti milioni di euro sono rimasti nei conti della sua società in Svizzera. «Certo non ci sarà la cifra intera - aggiunge Tatti - ma qualcosa, a maggio, l’ultima volta che il mio cliente ha guardato in quel conto, un po’ di soldi c’erano». Il magistrato e i carabinieri del Ros di Firenze che stanno portando avanti le indagini ora hanno parecchio materiale da controllare e verificare. Tante informazioni, tante spiegazioni che raccontano una storia diversa da quella emersa dalle intercettazioni dei collaboratori di Da Ponte. Come la decisione, secondo gli investigatori, di scappare dall’Italia con tutti quei soldi. Da Ponte agli investigatori ha raccontato in un altro modo la sua fuga all’estero, finita con l’arresto a Monaco di Baviera. «Sono scappato da Roccamare - avrebbe detto - perché mi avevano minacciato più volte di morte». D’altra parte, qualche nemico con questa storia degli investimenti andati male se li era fatti. «E se avesse voluto scappare davvero senza farsi trovare - aggiunge l’avvocato Tatti - non sarebbe stato difficile per lui». La fuga all’estero, quindi, è stata dettata dalla paura. Ha lasciato la sua casa di Roccamare, l’unica cosa che pare avere tutt’ora a cuore. «Lo ha chiesto anche ieri mattina - dice Azzurra Tatti - se qualcuno si sta prendendo cura della sua villa. È l’unica preoccupazione che sembra avere in questo momento». Robert Da Ponte è un uomo ricco, senza alcun dubbio. «Ma sta vivendo la carcerazione con una grande dignità - aggiunge il legale pistoiese - senza mai chiedere nulla e soprattutto senza mai lamentarsi». Robert Da Ponte ha raccontato la sua verità e ha risposto alle domande degli investigatori. Ora ci sarà da attendere gli sviluppi dell’inchiesta. Lui resta al carcere della Dogaia a Prato, la sua villa a Roccamare, quelle quindici stanze da sogno nella pineta per ricchi alle porte di Castiglione della Pescaia è sotto sequestro conservativo. Se le cose per Da Ponte non si mettessero bene, uno dei rischi è che quella casa venga venduta per pagare i creditori. Un rischio che Da Ponte vorrebbe evitare. Lo ha detto, insieme a tutte le altre cose emerse durante l’interrogatorio. Prima di rientrare nella sua cella, al carcere pratese della Dogaia.

Francesca Gori.



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