I conti correnti scomparsi con i soldi. Uno studio legale di Milano chiede il rimborso di centomila euro per un cliente: la banca denuncia Da Ponte e soci.

GROSSETO. Centomila euro che non si trovano, certificati bancari che non valgono nulla e conti correnti che non sono mai esistiti. Il mistero dei 250 milioni scomparsi nella truffa del Madoff della Maremma si infittisce ogni giorno di più. Quello che è certo, ora, è che dallo studio milanese dell’avvocato Giuseppe La Scala è partito un esposto alla procura di Grosseto, firmato da uno dei clienti di Mario Bevilacqua, il follonichese che si occupava della raccolta di contanti in Maremma per la Rothsinvest. Peccato però, che la società svizzera, di quei soldi, dica di non saperne nulla. E anzi, parte al contrattacco, denunciando Robert Da Ponte, il sessantatreenne finanziere americano che è accusato di aver messo in piedi una vera e propria truffa ai danni di clienti italiani che pensavano di sottoscrivere investimenti convenienti con una società svizzera che aveva però anche sede in Italia. Imprenditori, professionisti, famiglie più o meno comuni. Come quella di un uomo di sessantadue anni di Follonica che a Bevilacqua ha consegnato centomila euro, i risparmi di una vita.

«Il promotore - spiega l’avvocato Paolo Bruno dello studio legale La Scala - aveva consegnato al mio cliente dei certificati di deposito che riportavano anche il logo della banca in rilievo. Sembravano assolutamente originali». I soldi però, sono spariti. Il cliente che aveva investito quei soldi, i risparmi di una vita, ha scritto alla Rothsinvest, la società della quale diceva di far parte Mario Bevilacqua, per riavere indietro i propri soldi. «Ma la società ci ha risposto - aggiunge l’avvocato - dicendo che loro non ne sapevano niente di quei due conti correnti che il mio cliente aveva indicato. E che quindi non erano in grado di fare nulla, se non denunciare per truffa lo stesso Da Ponte». I procedimenti quindi, si incrociano sull’asse che collega la Svizzera all’Italia, alla Maremma, soprattutto, dove gli affari di Da Ponte sono andati avanti a lungo. Dove Mario Bevilacqua ha lasciato, come ha fatto con il cliente dello studio La Scala, i bigliettini da visita con il suo nome e il logo della società svizzera di proprietà dei banchieri Rotschild. «C’è di più - dice l’avvocato Bruno - su quei bigliettini il promotore di Follonica aveva fatto stampare la qualifica di amministratore delegato della società. E dietro c’era anche il numero di telefono di Robert Da Ponte». Il sessantaduenne che ha messo nelle mani di Da Ponte e dei suoi collaboratori i risparmi di una vita, si era fidato. E non pensava certo che quell’affare, quell’investire soldi in quella società equivalesse ad evadere le tasse in Italia. «Il punto è che sui certificati sono indicate due sedi diverse - aggiunge il legale - una a Zurigo e l’altra a Roma». Certo, il 10% di interessi non sono pochi. «Ma anche su questo le rassicurazioni erano convincenti - spiega - perché i promotori spiegavano ai loro clienti che si trattava di una immobiliare che ovviamente faceva investimenti e compravendite. E in questo modo gli interessi erano più alti». E quando qualcuno dei clienti, come nel caso dell’uomo che ha consegnato i propri risparmi a Bevilacqua non aveva bisogno di riscuotere gli interessi, i certificati venivano rinnovati. «Anche in questo caso - aggiunge Paolo Bruno - tutto sembrava fatto a regola d’arte». Fino al viaggio in Svizzera, dove il pensionato di Follonica ha incontrato Robert Da Ponte, in un ufficio extra lusso. Ufficio da dove probabilmente l’americano di Los Angeles gestiva quel fiume di euro che ora non si trovano più. E che i clienti hanno cominciato a reclamare, appena saputo che l’americano di Roccamare non si trovava più nella sua lussuosissima villa di Castiglione.

Francesca Gori.



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