Producibile per la prima volta in appello una consulenza tecnica di parte

La consulenza tecnica di parte costituisce una semplice allegazione difensiva a contenuto tecnico, priva di autonomo valore probatorio, sicché la sua produzione, in quanto sottratta al divieto di cui all'art. 345 cod. proc. civ., è ammissibile anche in appello.

Cass. civ. Sez. Unite, Sent., 03-06-2013, n. 13902

La sentenza per esteso:

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. PREDEN Roberto - Primo Presidente f.f. -
Dott. MIANI CANEVARI Fabrizio - Presidente di Sez. -
Dott. RORDORF Renato - Presidente di Sez. -
Dott. GOLDONI Umberto - rel. Consigliere -
Dott. SALVAGO Salvatore - Consigliere -
Dott. AMATUCCI Alfonso - Consigliere -
Dott. DI PALMA Salvatore - Consigliere -
Dott. IANNIELLO Antonio - Consigliere -
Dott. AMOROSO Giovanni - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 17983-2012 proposto da:

DEEP GREEN S.R.L., in persona del legale rappresentante pro-tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIROLAMO SAVONAROLA 6, presso lo studio dell'avvocato TORRI SERGIO, che la rappresenta e difende, per delega a margine del ricorso;

- ricorrente -

contro

REGIONE AUTONOMA DELLA SARDEGNA, in persona del Presidente pro-

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA LUCULLO 24 presso l'Ufficio di Rappresentanza della regione stessa, rappresentata e difesa dagli avvocati TRINCAS SANDRA, CAMBA ALESSANDRA, per delega a margine del controricorso;

- controricorrente -

avverso la sentenza n. 73/2011 del TRIBUNALE SUPERIORE DELLE ACQUE PUBBLICHE, depositata il 11/07/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 09/04/2013 dal Consigliere Dott. UMBERTO GOLDONI;

uditi gli avvocati Sergio TORRI, Sandra TRINCAS;

udito il P.M. in persona dell'Avvocato Generale Dott. APICE Umberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

Con citazione del 2002, la Deep Green srl conveniva di fronte al Tribunale regionale delle Acque pubbliche presso la Corte di appello di Cagliari la Regione autonoma della Sardegna ed il Comune di Buddusò per ottenerne la condanna al risarcimento dei danni derivati alla propria azienda florovivaistica in conseguenza dello straripamento del fiume Rio Mannu del gennaio 2001.

La Regione, costituitasi, resisteva alla domanda attorea, mentre il Comune di Buddusò, eccepiva in via principale le propria carenza di legittimazione passiva. Con sentenza non definitiva, del 2005, l'adito Tribunale regionale, per quanto qui ancora interessa, dichiarava carente dei legittimazione passiva il Comune; con sentenza del 2008 accoglieva poi la domanda e condannava la Regione al pagamento, in favore della Società attrice di Euro 416.572,68 oltre interessi legali e regolava le spese.

Osservava il primo giudice che la responsabilità dell'occorso era da attribuirsi alla regione per non aver provveduto alla manutenzione ed alla pulizia del Rio Mannu; oltre al risarcimento dei danni derivati alle strutture logistiche e murarie, ed alle piantine in coltivazione al momento del sinistro,doveva riconoscersi anche il danno da mancato guadagno.

Proponeva appello la Regione Sardegna, cui resisteva la Deep Green srl; con sentenza del 20.4.2011, il TSAP in parziale accoglimento dell'impugnazione proposta, riconosceva il concorso di colpa della Deep Green srl nella misura del 30% e riduceva quindi l'importo risarcitorio, escludendo inoltre il danno da mancato guadagno, con compensazione delle spese di entrambi i gradi di giudizio. Per la cassazione di tale sentenza proponeva ricorso la società sulla base di quattro motivi; resiste la Regione con controricorso.

Motivi della decisione

Con il primo motivo, si lamenta violazione e falsa applicazione dell'art. 345 c.p.c. con derivante nullità della sentenza e del procedimento.

Si deduce in particolare che, a confutazione delle tesi fatte proprie dal primo giudice, la Regione, a sostegno dell'interposto appello, ha prodotto una consulenza di parte con cui venivano confutate e contrastate le conclusioni raggiunte in ordine ai fatti di causa del consulente officiato in prime cure.

Ci si duole che il TSAP abbia tenuto conto di tale elaborato, non accogliendo le richieste di espunzione proposte dall'odierna ricorrente e facendo proprie, in parte, le argomentazioni contenute in quel documento; ad avviso della ricorrente, tanto avrebbe comportato violazione dell'art. 345 c.p.c., che vieta che nel giudizio di appello vengano prodotti nuovi mezzi di prova e nuovi documenti; si evidenzia altresì che in conseguenza di tanto essa ricorrente avrebbe visti violato il proprio diritto di difesa a fronte delle nuove allegazioni.

Il motivo non può trovare accoglimento; invero, una consulenza di parte deve essere considerato un mero atto difensivo, la cui produzione non può ricondursi in alcun modo al divieto di cui all'art. 345 c.p.c., e la cui allegazione al procedimento deve ritenersi regolata dalle norme che disciplinano tali atti. La natura tecnica del documento non vale infatti ad alterarne la natura, che resta quella di atto difensivo (cfr. da ultimo Cass. n. 4933 del 2012), conseguentemente e logicamente ammissibile anche in appello.

Quanto alla tesi della presunta violazione del diritto di difesa, la stessa non ha pregio avendo la Deep Green, ben potuto controbattere, come ha fatto, nel corso del giudizio di appello, le argomentazioni svolte nella consulenza di parte.

Con il secondo motivo, si lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 112, 99 e 345 c.p.c., con conseguente nullità della sentenza e del procedimento, in relazione alla richiesta di concorso di colpa nella causazione del danno, avanzata in sede di appello dalla Regione.

Si sostiene che tale richiesta, avanzata per la prima volta nel giudizio di secondo grado, costituirebbe domanda nuova, su cui il TSAP non avrebbe conseguentemente dovuto pronunciarsi.

La doglianza non ha pregio; invero, la proposizione di un concorso di colpa della danneggiata nel verificarsi dell'evento e del danno non attinge a quel carattere di novità che la ricorrente vorrebbe;

invero, la regione ha sempre contestato l'ammontare del risarcimento come quantificato.

L'ascrivere in sede difensiva, quanto all'elemento surricordato, l'ipotesi del concorso di colpa del danneggiato costituisce solo un modo per estrinsecare la tesi dell'eccessività del risarcimento, ma non può essere considerato in alcun modo una domanda nuova, autonoma rispetto alla tesi da sempre sostenuta dell'eccessivo ammontare del risarcimento stesso; trattasi infatti di un argomento difensivo, utile, nella prospettazione di parte, al fine di dimostrare l'asserto di base quale da sempre prospettato.

Anche tale motivo deve essere pertanto respinto.

Con il terzo motivo ci si duole di vizio motivazionale in ordine alla sussistenza del concorso di colpa e con il quarto mezzo della quantificazione dei danni.

In relazione al terzo mezzo, premesso che nella specie il TSAP ha provveduto ad una valutazione della situazione quale riscontrata nella specie e ad una analisi del comportamento delle parti quale risultante dalle acquisizioni processuali, devesi in primo luogo rilevare che la doglianza attiene quindi sostanzialmente ad un presunto vizio motivazionale, derivante da una asseritamente sviata ponderazione degli elementi stessi.

Devesi al riguardo rilevare che la motivazione su cui la sentenza impugnata si basa sul punto appare del tutto aderente agli elementi acquisiti ad alla situazione dei luoghi, la cui valutazione non risulta in alcun modo avulsa dalle risultanze processuali nè incompleta o imprecisa, di talchè il lamentato vizio non sussiste, neppure sotto il profilo della carenza motivazionale, attesa la completa esplicitazione, con assoluto rigore logico, delle ragioni che hanno ispirato la decisione sul punto, quale adottata. Il motivo non può pertanto trovare accoglimento.

Quanto infine al quarto motivo, attinente alla quantificazione del danno, lo stesso risulta svolto, come non è consentito, esclusivamente, o quasi, per relationem, attesa la assoluta genericità con cui lo stesso risulta formulato.

Lo stesso va pertanto respinto e, con esso, il ricorso.

Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo.

 P.Q.M.

la Corte respinge il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in Euro 4.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi.

Così deciso in Roma, il 9 aprile 2013.

Depositato in Cancelleria il 3 giugno 2013

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