Usucapione delle servitù di parcheggio

Il parcheggio di autovetture costituisce manifestazione di un possesso a titolo di proprietà del suolo, non anche estrinsecazione di un potere di fatto riconducibile al contenuto di un diritto di servitù, del quale difetta la "realitas", intesa come inerenza al fondo dominante dell'utilità, così come al fondo servente del peso; pertanto, l'acquisto per usucapione della servitù di parcheggio è impedito oltre che dall'eventuale assenza delle opere richieste dall'art. 1061 cod. civ., anche dalla natura meramente personale dell'utilità.

Cass. civ. Sez. II, 07/03/2013, n. 5769

La sentenza per esteso:

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ODDO Massimo - Presidente -

Dott. BURSESE Gaetano Antonio - Consigliere -

Dott. NUZZO Laurenza - rel. Consigliere -

Dott. PARZIALE Ippolisto - Consigliere -

Dott. BERTUZZI Mario - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 10061-2007 proposto da:

G.G. (OMISSIS), GA.GI. (OMISSIS), G.A. (OMISSIS), G.C. (OMISSIS), G.R. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, LUNGOTEVERE MELLINI 24, presso lo studio dell'avvocato GIACOBBE GIOVANNI, che li rappresenta e difende unitamente all'avvocato CARROZZA PIETRO;

- ricorrenti -

contro

COOP EDIL L'ANGELO SRL in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA SISTINA 121, presso lo studio dell'avvocato PANUCCIO VINCENZO, che lo rappresenta e difende;

- controricorrente -

avverso la sentenza n. 124/2006 della CORTE D'APPELLO di MESSINA, depositata il 02/03/2006;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 05/02/2013 dal Consigliere Dott. LAURENZA NUZZO;

udito l'Avvocato GIACOBBE Giovanni, difensore dei ricorrenti che ha chiesto l'accoglimento del ricorso e della memoria depositata;

udito l'Avvocato D'ANGELO Nicola con delega depositata in udienza dell'Avvocato Vincenzo PANUCCIO, difensore del resistente che ha chiesto il rigetto del ricorso e l'accoglimento delle proprie difese;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. DEL CORE Sergio che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

Con separate citazioni dell'ottobre 1981 e del giugno 1982 la Cooperativa Edilizia a r.l. "L'Angelo", conveniva in giudizio, innanzi al Tribunale di Messina, dapprima Ga.Gi. e, poi, lo stesso unitamente alla moglie C.C., chiedendo che fossero eliminate o regolarizzate alcune aperture del fabbricato dei convenuti prospicienti sulla strada di sua esclusiva proprietà e che fosse loro inibito di utilizzare la strada medesima per accedere a detto fabbricato e di posteggiarvi le autovetture, oltre al risarcimento del danno da liquidarsi in separata sede.

I convenuti si costituivano eccependo l'usucapione delle servitù di luce, di passaggio e di parcheggio ed, in via riconvenzionale, chiedevano che fosse disposta, a carico della cooperativa, l'esecuzione di lavori per rimuovere una situazione di pericolo e di danno, per il loro immobile, determinata dal muro di sostegno della strada realizzato dalla convenuta, con condanna della stessa al risarcimento del danno. Previo espletamento di due C.T.U., prova testimoniale ed ispezione dei luoghi, con ordinanza 7.7.1990, veniva disposta, in sede cautelare, l'esecuzione di lavori per rimuovere detta situazione di pericolo e, con sentenza 22.5.2003, il Tribunale di Messina rigettava le domande proposte dalla Cooperativa L'Angelo e dichiarava costituite per usucapione ventennale, in favore degli eredi Ga. ed a carico del terreno della Cooperativa, la servitù di venduta dalle finestre esistenti nel fabbricato dei coniugi convenuti, nonchè la servitù di passaggio a piedi e mezzi meccanici, sulla strada della Cooperativa con relativo parcheggio e con diritto dei Ga. a mantenere le due porte d'ingresso al loro immobile; rigettava, invece, la domanda di risarcimento danni dei convenuti.

Avverso tale decisione la Cooperativa, in persona del liquidatore, proponeva appello cui resistevano Ga.Gi., G. G., G.A., G.C., G. R., quali eredi di C.C. che proponevano, altresì, appello incidentale. Con sentenza depositata il 2.3.2006 la Corte d'Appello di Messina, in parziale accoglimento dell'appello principale ed in riforma della sentenza impugnata, condannava gli appellati a regolarizzare le finestre lucifere ubicate nella parete del piano terra del loro fabbricato e prospettanti sulla strada di proprietà della società appellante; ordinava agli appellati di astenersi dal parcheggiare le proprie autovetture sulla strada suddetta; rigettava l'appello incidentale concernente la richiesta di risarcimento del danno e dichiarava interamente compensate fra le parti le spese del doppio grado.

Osservava la Corte di merito, per quel che ancora interessa nel presente giudizio, che una volta nominato il liquidatore, questi acquisisce la rappresentanza legale della società ed, ai sensi dell'art. 2452 c.c., la legittimazione a rappresentarla in giudizio, ove dotato della qualifica professionale per assumere la veste di difensore dell'ente; nella specie la posizione processuale del liquidatore, in persona dell'avv. Comunale, era, quindi, rituale essendo egli legittimato a difendere personalmente l'ente di cui era legale rappresentante;

la Corte territoriale escludeva la sussistenza di una servitù di parcheggio, rilevando che parcheggiare autovetture su un'area "può costituire legittima manifestazione di un possesso uti dominus, ma non anche esercizio di un potere di fatto riconducibile ad un diritto di servitù" risolvendosi in un vantaggio personale dei proprietari;

"Escludeva pure la risarcibilità del danno reclamato con appello incidentale rilevando che, ove il proprietario operando nel proprio fondo, determini una diminuzione della fruibilità di quello del confinante, non è tenuto a ristorare tale pregiudizio, in difetto dell'ingiustizia del danno. Per la cassazione di tale sentenza propongono ricorso Ga.Gi., G.G., G.A., G.C. e G.R. sulla base di tre motivi seguiti dai relativi quesiti di diritto ex art. 366 bis c.p.c..

Resiste con controricorso la Cooperativa Edilizia a r.l. "L'Angelo", in persona del Liquidatore pro tempore, Avv. C.B.. Le parti hanno depositato memoria.

Motivi della decisione

I ricorrenti deducono:

1) violazione e falsa applicazione degli artt. 86 c.p.c.; artt. 2448;

2450; 2452; 2540; 2488; 2519 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4; omessa insufficiente e/o contraddittoria motivazione su fatto decisivo della controversia ex art. 360 c.p.c., n. 5; l'atto di appello della Cooperativa L'Angelo non conteneva alcun esplicito conferimento di procura al soggetto legittimato a proporre l'impugnazione con conseguente difetto di "ius postulandi" del liquidatore della società e nullità dell'atto di appello, in difetto di un atto deliberativo societario al riguardo, recante data anteriore o contemporanea alla notifica dell'atto di appello;

2) violazione e falsa applicazione degli artt. 1027, 1140 c.c. ed omessa, insufficiente motivazione su fatto decisivo della controversia ex art. 360 c.p.c., n. 5; secondo il primo giudice la servitù di parcheggio era costituita in favore dell'immobile di C.G.C. ed a carico del terreno e della strada di proprietà della Cooperativa L'Angelo srl. sicchè non si trattava di una mera "utilitas" del proprietario del fondo dominante ma di un rapporto tra fondi; la Corte di Appello non aveva valutato gli elementi di fatto risultanti dalle prove acquisite in ordine alla intervenuta usucapione della servitù di parcheggio nè aveva considerato, sia pure con riferimento alla disciplina dettata dalla L. n. 765 del 1967, art. 18 e dalla L. n. 47 del 1985, art. 26 che, la giurisprudenza della S.C. aveva ravvisato il carattere reale del diritto di uso dell'area pertinente ad un fabbricato per parcheggio dell'auto;

3) violazione e falsa applicazione dell'art. 2043 c.c. e segg. e art. 278 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3 nonchè insufficiente e contraddittoria motivazione su fatto decisivo della controversia; la sentenza impugnata non aveva tenuto conto,ai fini della pronuncia di condanna generica al risarcimento del danno, degli accertamenti tecnici dai quali emergeva che, a seguito dei lavori eseguiti dalla Cooperativa, si era determinato il deprezzamento dell'immobile dei convenuti derivante dalla costruzione, a ridosso dello stesso, di una strada elevata di oltre 1,50 metri rispetto al piano precedente; l'ingiustizia di tale danno era costituita dalla violazione del diritto di proprietà ed anche dalla violazione delle distanze legali.

Il ricorso è infondato.

Quanto alla prima censura si osserva che, ai sensi dell'art. 2519 c.c. ( normativa anteriore alla riforma delle società introdotta con D.Lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, ed entrata in vigore il 1 gennaio 2004), si applicano alle società cooperative le norme per la liquidazione previste per le società per azioni, tra le quali l'art. 1452 c.c., che conferisce ai liquidatori il potere, ex art. 2278 c.c., di compiere gli atti necessari per la liquidazione, salvo che l'assemblea abbia disposto diversamente, e l'art. 2310 c.c. che attribuisce al liquidatore il potere di rappresentare la società anche in giudizio; conseguentemente nessun atto deliberativo era necessario perchè il liquidatore potesse proporre appello, tranne quello della sua nomina in data anteriore alla notifica del ricorso (cfr. Cass. n. 11436/2002; n. 13746/2003); una volta intervenuta la liquidazione della società cessa, invero, il potere dell'assemblea dei soci di conferire poteri rappresentativi della società e viene meno la rappresentanza che in precedenza spettava all'amministratore.

Il liquidatore poteva, peraltro, assumere la difesa della società senza alcuna procura in ragione della sua qualifica di avvocato iscritto nell'albo dei patrocinanti presso le giurisdizioni superiori (Cass. n. 8738/2001).

In ordine al secondo motivo, si rileva preliminarmente la preclusione e la tardività dell'eccezione di controparte sul vizio di ultrapetizione (dedotto con la memoria 10.12.2012 e non censurato in appello), per aver il giudice di primo grado dichiarato la costituzione della servitù di parcheggio al di là dell'oggetto della domanda riguardante il riconoscimento della servitù di passaggio. Occorre poi ribadire, in linea con la costante giurisprudenza di questa Corte, che il diritto di parcheggio di autovetture costituisce espressione di un possesso a titolo di proprietà del suolo e non anche estrinsecazione di un potere di fatto riconducibile al contenuto di un diritto di servitù, difettando la caratteristica tipica di detto diritto, ovverosia la "realitas", intesa come inerenza al fondo dominante dell'utilità così come al fondo servente del peso; la sentenza impugnata ha correttamente evidenziato che il parcheggio di autovetture costituiva una mera comodità ed un vantaggio del tutto personale per le persone accedenti al preteso fondo servente (V. Cass. n. 8137/2004; n. 1551/2009; n. 20409/2009). Va, peraltro, rammentato, che l'acquisto per usucapione della servitù di parcheggio è impedito; oltrechè dal difetto dell'utilità del fondo dominante, dal disposto dell'art. 1061 c.c. che vieta l'acquisto per usucapione delle servitù non apparenti, essendo l'apparenza requisito necessario per poter ravvisare una situazione di fatto oggettiva di per sè rivelatrice, per la sussistenza di opere inequivocabilmente destinate all'esercizio della servitù, dell'assoggettamento di un fondo ad un altro; nella specie i ricorrenti nulla hanno dedotto al riguardo, essendosi limitati a sostenere genericamente di aver esercitato il parcheggio su una strada di proprietà della controparte ove avevano il diritto di passaggio, richiamando la sentenza di primo grado che avrebbe fatto riferimento alla "realitas"del diritto stesso"come rapporto tra fondo dominante e fondo servente", senza, tuttavia, in alcun modo specificare le opere rappresentative di tale rapporto. Va aggiunto che, in difetto di opere inequivocabilmente destinate al parcheggio, deve escludersi la sussistenza di un possesso idoneo all'acquisto per usucapione della relativa servitù; stante l'incompatibilità con il diritto di proprietà; l'attività di parcheggio integra,infatti, una delle tante manifestazioni e facoltà del diritto medesimo, non rapportabile ad un'utilità del fondo dominante ed al corrispondente peso del fondo servente. Ai sensi dell'art. 1140 c.c., per la configurabilità del possesso "ad usucapionem" si richiede, com'è noto, la sussistenza di un comportamento continuo e non interrotto, diretto inequivocabilmente ad esercitare sulla cosa un potere di fatto corrispondente a quello del proprietario o del titolare di uno "ius in re aliena", manifestato con atti di possesso conformi alla qualità e alla destinazione del bene, tali da rivelare, anche esternamente, la signoria sul bene stesso, contrapposta alla inerzia del titolare del diritto (Cfr. Cass. n. 20670/2010). Tali limiti del possesso "ad usucapionem" non consentono, neppure tramite convenzione negoziale, di costituire servitù meramente personali (cosiddette servitù irregolari), trattandosi di convenzione del tutto inidonea alla costituzione del diritto reale limitato di servitù, in difetto della sua caratteristica tipica costituita dalla "realitas", sicchè la convenzione stessa sarebbe inquadrabile nello schema di un diritto d'uso, di affitto o comodato (cfr. Cass. n. 20409/2009).

Non è pertinente,poi, il richiamo alla natura reale del diritto di uso di un'area destinata a parcheggio anche se l'applicabilità a tale diritto delle norme relative all'usufrutto, ex art. 1026 c.c., consentirebbe di ritenere possibile, in relazione alla previsione dell'art. 978 c.c., l'usucapione del diritto di uso; nella specie, infatti, la domanda ha ad oggetto il riconoscimento dell'usucapione della servitù di parcheggio e non il diritto reale d'uso derivante dal vincolo di destinazione posto dalla L. n. 765 del 1967, art. 18 e L. n. 47 del 1985, art. 26.

Priva di fondamento è, infine, la terza doglianza in quanto non rapportata alle ragioni della decisione, laddove la sentenza impugnata ha disatteso la richiesta di risarcimento del danno in considerazione del principio, correttamente applicato, secondo cui il proprietario operante nel proprio fondo, ove determini una diminuzione di fruibilità di quello confinante, non è tenuto a ristorare il pregiudizio, salvo che non risulti la violazione di un interesse del confinante giuridicamente tutelato; nel caso in esame i ricorrenti non hanno indicato alcuna norma dalla cui violazione far derivare un danno ingiusto, cagionato, cioè, in assenza di una causa giustificativa,come richiesto dal disposto dell'art. 2043 c.c., secondo cui ciò che rileva è che il danno abbia prodotto la lesione di una posizione giuridica altrui ritenuta meritevole di tutela da parte dell'ordinamento (Cass. n. 15131/2007; n. 4436/2006; n. 10652/1994). Nè in tema di responsabilità aquiliana può ritenersi che il danno sia in re ipsa, cioè coincida con l'evento poichè il danno risarcibile è pur sempre un danno derivante dalla violazione dei principi di cui agli artt. 2056 e 1223 c.c., non coincidente con l'evento, costituente solo un elemento di fatto produttivo del danno.

Detta "ratio decidendi", sottesa alla statuizione impugnata, non è stata censurata se non con il generico richiamo ad una lesione del diritto di proprietà "conseguente anche alla violazione delle norme sulle distanze legali", questione, quest'ultima, prospettata per la prima volta in sede di legittimità, esulante, pertanto, dal sindacato di legittimità.

Alla stregua di quanto osservato il ricorso va rigettato. Consegue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali che si liquidano in Euro 2.700,00 di cui Euro 200,00 per esborsi oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 5 febbraio 2013.

Depositato in Cancelleria il 7 marzo 2013

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