Valore probatorio delle dichiarazioni dell'Avvocato negli scritti difensivi

Pur essendo vero che le ammissioni contenute nella comparsa di risposta - così come in uno degli atti processuali di parte indicati dall'art. 125 cod. proc. civ. - siccome facenti parte del processo, possono assumere anche il carattere proprio della confessione giudiziale spontanea, alla stregua di quanto previsto dagli artt. 228 e 229 cod. proc. civ., è tuttavia necessario che la comparsa, affinchè possa produrre tale efficacia probatoria, sia stata sottoscritta dalla parte personalmente, con modalità tali che rivelino inequivocabilmente la consapevolezza delle specifiche dichiarazioni dei fatti sfavorevoli contenute nell'atto. Conseguentemente, è inidonea a tale scopo la mera sottoscrizione della procura scritta a margine o in calce che, anche quando riportata nel medesimo foglio in cui è inserita la dichiarazione ammissiva, costituisce atto giuridicamente distinto, benchè collegato.

Cass. civ. Sez. III, 06-12-2005, n. 26686

La sentenza per esteso:

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI NANNI Luigi Francesco - Presidente

Dott. FANTACCHIOTTI Mario - rel. Consigliere

Dott. FILADORO Camillo - Consigliere

Dott. SEGRETO Antonio - Consigliere

Dott. TALEVI Alberto - Consigliere

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

(omissis), elettivamente domiciliato in (omissis), presso lo studio dell'avvocato (omissis), che lo difende unitamente all'avvocato (omissis), giusta delega in atti;

- ricorrente -

contro

(omissis), MILANO ASSIC. SPA;

- intimati -

avverso la sentenza n. 212/2001 del Tribunale di MASSA-CARRARA, emessa il 31/07/1999, depositata il 30/03/2001, R.G. 67/1999;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del 28/10/2005 dal Consigliere Dott. Mario FANTACCHIOTTI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. RUSSO Rosario Giovanni, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

(omissis) ha chiesto al giudice di pace di Massa la condanna di (omissis) e della società Assicurazione Milano al risarcimento dei danni riportati dalla propria auto a seguito di scontro con l'auto guidata dal (omissis) ed assicurata, per la responsabilità civile derivante dalla circolazione del veicolo, con la società Milano Assicurazioni.

Ha sostenuto che il sinistro è stato causato dalla imprudente condotta di guida del (omissis), che, da una piazzetta laterale, si è immesso nella strada principale senza rispettare l'altrui diritto di precedenza.

La domanda è stata solo parzialmente accolta dal giudice adito che ha condannato i convenuti al risarcimento della metà dei danni subiti dall'(omissis) ritenendo il sinistro imputabile a colpa concorrente presunta dei due conducenti.

Pronunciando sull'appello proposto dall'(omissis), il tribunale di Massa Carrara ha parzialmente riformato la predetta sentenza elevando l'importo dei danni liquidati ma confermando il giudizio sulla concorrente responsabilità dei due conducenti dei veicoli coinvolti nell'incidente ed il diritto, quindi, dell'(omissis) al risarcimento dei danni sofferti solo per la metà. Il tribunale ha, in particolare, negato di potere riconoscere il valore e l'efficacia propria della confessione alle dichiarazioni contenute nella comparsa di risposta del (omissis), in cui è confermata la ricostruzione della dinamica del sinistro sostenuta dall'(omissis), ed ha, conseguentemente, escluso la possibilità di una sicura ricostruzione della predetta dinamica dato che neppure la relazione del c.t.u., a parte l'accertamento relativo alla velocità dei due veicoli, stimato, per entrambi, in km. 15 orari, fornisce indicazioni sulle predetta dinamica.

(omissis) ha impugnato questa sentenza con ricorso per Cassazione sostenuto da tre motivi.

(omissis) e la società Milano Assicurazioni non hanno spiegato attività difensiva.

Motivi della decisione

1. Con il primo motivo si denuncia la violazione dell'art. 2730 cod. civ. sostenendosi che il tribunale ha errato nel negare alle ammissioni sulla dinamica del sinistro contenute nella comparsa di risposta da (omissis) il valore di una confessione dato che tale comparsa, recando a margine il mandato alle liti sottoscritto dalla predetta parte, avrebbe potuto e dovuto considerarsi atto processuale anche da questa sottoscritto e che le ammissioni dovevano considerarsi, conseguentemente, riferibili anche alla predetta parte.

Si aggiunge che, in ogni caso, il conferimento, nella procura, del potere di transigere la lite legittimava il difensore ad ammettere, con gli effetti propri della confessione giudiziale, i fatti sfavorevoli alla parte da lui assistita e rappresentata.

1.1. Il motivo non può essere condiviso.

E' vero che le ammissioni contenute nella comparsa di risposta possono assumere anche il carattere proprio della confessione giudiziale spontanea che, come è espressamente chiarito negli artt. 228 e 229 c.p.c., è appunto quella contenuta in qualsiasi atto processuale e, quindi, anche in uno degli atti processuali di parte indicati dall'art. 125 c.p.c. dato che anche questi (contrariamente a quanto è stato asserito nella isolata sentenza di questa Corte n. 2465 del 1994 riv. 485725) fanno parte del processo (sent. 11/02/1992 n. 12830 rv. 479830).

Ma è essenziale che tale comparsa sia stata sottoscritta dalla parte personalmente (in tal senso, tra le altre, sent. 11/03/1976 n. 854; sent. 12/08/1996 N. 7492) con modalità che inequivocamente rivelino la consapevolezza delle specifiche dichiarazioni dei fatti sfavorevoli contenute nell'atto.

La firma apposta dalla parte nel mandato alle liti scritto in margine della comparsa di risposta potrebbe tutto al più consentire di riferire genericamente alla parte personalmente, oltre che al suo difensore, la linea difensiva espressa nell'atto ma non anche di assegnare alle singole ammissioni dei fatti sfavorevoli in esso contenute il valore di una confessione resa dalla parte con l'animus confitendi, necessario requisito questo, della confessione.

L'art. 229 c.p.c., infatti, espressamente richiedendo che la confessione sia contenuta in un atto processuale sottoscritto personalmente dalla parte, pone, inequivocamente, una esigenza di specificità della firma che, come è giustificato anche dalla gravità egli effetti giuridici della confessione, si risolve in quella di diretta inerenza esclusiva della firma all'atto ed al suo contenuto, inerenza che non è affatto soddisfatta dalla sottoscrizione della procura scritta a margine o in calce, che, anche quando è scritta nel medesimo foglio, è atto giuridicamente distinto, benchè collegato.

Nè l'apprezzamento del tribunale sulla efficacia delle ammissioni contenute nella comparsa di risposta è validamente intaccato dall'argomento che fa leva sulla attribuzione al difensore, nel mandato alle liti, di specifica autorizzazione a transigere con conseguente potere di disposizione del diritto controverso e di confessione dei fatti sfavorevoli alla parte rappresentata; infatti tale particolare censura del motivo in esame, che, come si è detto, è esclusivamente prospettato sotto il profilo della violazione di legge (e non sotto il profilo del vizio di motivazione su fatto decisivo della controversia), si basa sulla allegazione di un fatto non accertato dal giudice di merito e non accertabile, per i limiti propri del giudizio di legittimità, in questa sede.

Per altro giova evidenziare che anche ove le ammissioni contenute nella comparsa di risposta dessero luogo ad una confessione, si tratterebbe, comunque, di confessione di litisconsorte necessario governata dall'art. 2733 cod. civ., comma 3, che espressamente dispone come in caso di litisconsorzio necessario la confessione resa da alcuni soltanto dei litisconsorti possa essere soltanto apprezzata liberamente dal giudice. Poichè tale principio, secondo la più recente giurisprudenza di questa Corte, deve ritenersi applicabile nei confronti di tutte le parti, dato che l'art. 2733 c.c., comma 3, non distingue tra i litisconsorti che l'hanno resa e gli altri. (Sez. 3, sent. n. 8458 del 04/05/2004; sent. 18 maggio 2005 n. 10385), si verserebbe, dunque, nel caso in esame, in una ipotesi di confessione dotata non della efficacia di prova legale che le è propria ma del valore di elemento di prova liberamente apprezzabile.

Ciò che, anche nella prospettiva in cui si pone il ricorrente, renderebbe comunque corretta la conclusione alla quale è pervenuto il giudice di merito nell'assegnare alle ammissioni contenute nella comparsa di risposta la valenza di mero elemento di prova liberamente valutabile piuttosto che l'efficacia di prova piena dei fatti sfavorevoli ammessi.

2. Con il secondo motivo si denuncia la violazione e falsa applicazione dell'art. 2054 cod. civ. sostenendosi che in presenza della prova sulla dinamica del sinistro, come desumibile dagli accertamenti del consulente tecnico e dalle ammissioni del (omissis), il giudice di merito non avrebbe potuto fare ricorso alla presunzione di eguale colpa concorrente di cui all'art. 2054 cod. civ..

2.1. Anche questo motivo deve essere disatteso siccome fondato su una premessa di fatto radicalmente contraddetta dall'apprezzamento del giudice di merito sui contenuti e la valenza - degli accertamenti del consulente tecnico in questa sede incensurabile nei suoi profili di merito, e sulla valenza probatoria delle ammissioni di parte contenute nella comparsa di risposta.

3. Con il terzo motivo si addebita al tribunale di avere "utilizzato dati che avrebbero dovuto afferire al profilo della colpa e quindi all'elemento soggettivo dell'illecito sia per giustificare l'applicazione della presunzione della pari responsabilità dei conducenti sia per escludere l'assolvimento da parte dell'(omissis), dell'onere probatorio scaturente da tale scelta" e di avere, comunque, ritenuto necessaria, in presenza della prova della irregolare condotta di guida del (omissis), che gravasse comunque sull'(omissis) l'onere di provare di avere fatto tutto il possibile per evitare il sinistro senza tenere conto del principio di diritto che esclude, invece, questa necessità "una volta accertato che la condotta di uno solo dei due conducenti ha dato causa al fatto e che nessun addebito può muoversi all'altro". 3.1. La prima censura è generica, non avendo il ricorrente precisato quali siano i "dati" impropriamente utilizzati dal giudice di merito, come sarebbe stato assolutamente necessario per rendere la doglianza comprensibile.

Essa deve essere, pertanto, dichiarata inammissibile.

3.2. La seconda censura muove da un principio di diritto indubbiamente corretto ma non applicabile nel caso in esame in cui, secondo l'apprezzamento non censurabile del giudice di merito, gli elementi di prova forniti dalle parti, contrariamente a quanto si assume nel ricorso, non hanno consentito affatto di individuare profili di colpa a carico dell'uno o dell'altro conducente.

4. La rilevata infondatezza dei motivi che lo sostengono conduce al rigetto del ricorso.

5. Non si provvede sulle spese processuali non avendo il (omissis) e la società Assicurazione s.p.a. spiegato attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte, rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 28 ottobre 2005.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2005

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