Legittima la registrazione di una conversazione da parte di uno dei soggetti che vi partecipa

La registrazione fonografica di una conversazione da parte di uno dei soggetti che vi partecipa, e non da un terzo, è sottratta alla disciplina di cui agli artt. 266 e ss. c.p.p. ed è, pertanto, legittima ed utilizzabile in giudizio nei confronti dell'altro partecipante in quanto memorizzazione di un fatto storico di cui l'autore conserva libera disponibilità (fatti salvi eventuali e specifici divieti di divulgazione fondati sull'oggetto e sulla qualità della persona protagonista della conversazione).

App. Milano Sez. III, 07/04/2011

La sentenza per esteso:

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
CORTE D'APPELLO DI MILANO

TERZA SEZIONE PENALE

Composto dai Signori:

1) Dott. Arturo Soprano - Presidente -

2) Dott.ssa Silvana D'Antona - Consigliere -

3) Dott.ssa Carmen D'Ambrosio - Consigliere -

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

contro

(omissis) nato a (omissis) il (...)

Appellante - Detenuto

residente a.

domicilio eletto

domic. dich.

Imputato di: artt. 81 cpv. c.p., 1) 81 cpv. 56 - 629 c.p., 2) 81 cpv. 368 c.p.

Difeso da: Avv. Si.Ga. Foro di Como

avverso la sentenza pronunciata dal GIP Tribunale di Milano numero 10503/2009 del 14.5.2010 con la quale veniva condannata alla pena di:

Anni 5, Mesi 4 Di Recl. Ed Euro 600 Multa - Pene Accessorie per i reati

1) Tentata Estorsione Cont., 2) Calunnia Cont., Ritenuta La Continuazione.

In Milano: 1) (...) per i reati di cui a:

(omissis) artt. 81 cpv. c.p., 1) 81 cpv. 56 - 629 c.p., 2) 81 cpv. 368 C.P. commesso in Milano in data.

Svolgimento del processo

Il 16 novembre 2009, l'avvocato (omissis), già difensore fiduciario di (omissis) in alcuni procedimenti penali, presentava al Commissariato di P.S. di Città Studi di Milano una denuncia - querela nei confronti dell'ex cliente riferendo di avere ricevuto da quest'ultimo tre lettere (in data 30 dicembre 2006, 22 maggio 2007 e 13 novembre 2009), di contenuto minatorio, con esplicite richieste di una somma di denaro pari a circa 95 mila Euro.

Il denunciante riferiva che dopo l'arrivo della prima lettera si era limitato a chiedere ai nuovi difensori di (omissis) di intervenire nei confronti del cliente per indurlo a desistere dal suo illecito comportamento.

Aggiungeva che, in un primo tempo, il suo intervento nei confronti dei colleghi, aveva dato esito positivo ma che, in seguito, (omissis) aveva ripreso il suo comportamento estorsivo, rinnovando la richiesta della predetta somma di denaro e asserendo (nelle lettere inviate in seguito) che il destinatario delle missive era un pedofilo che gli aveva offerto cocaina, che lo aveva molestato sessualmente e che lo aveva fin anche minacciato di morte per ottenere il suo silenzio.

Con la lettera del 27 dicembre 2006, (omissis) indirizzava al predetto difensore espressioni gravemente offensive ed alludeva ad una proposta ricevuta da quest'ultimo di avere un rapporto sessuale con sua moglie, mentre lui sarebbe rimasto a guardare.

Con la successiva lettera, (omissis) faceva esplicito riferimento ad una somma di denaro (pari a 90 - 95 mila Euro) che il denunziante avrebbe dovuto consegnargli a causa delle sua inadeguate prestazioni professionali di cui era rimasto insoddisfatto, ipotizzando che il predetto difensore aveva complottato, con altre persone, per farlo rinchiudere in carcere ("se Dio vorrà punirti prima che io esca, per dirti due parole faccia a faccia, allora ti verrò a sputare, a pisciare sul tuo letto...; non ho niente da perdere...").

A tale ultima lettera veniva allegata una missiva indirizzata alla Procura Generale di Milano con la quale (omissis) denunciava l'inadeguata difesa ricevuta dal difensore, indicando le somme asseritamente richieste per l'attività difensiva e precisando che l'avvocato (omissis) (il quale, verosimilmente, aveva anche abusato della propria figlia), gli aveva offerto cocaina e gli aveva confidato di avere avuto rapporti sessuali con minori Rom.

Il denunciante aggiungeva che la mattina del 16 novembre 2009 aveva trovato un messaggio vocale nella segreteria telefonica dello studio legale lasciato da (omissis) il quale gli annunciava di essere stato scarcerato e di volere la restituzione dei "suoi soldi".

La sera dello stesso giorno, (omissis) chiamava telefonicamente l'avvocato (omissis) il quale registrava su nastro, all'insaputa dell'interlocutore, la conversazione.

Da tale conversazione emergeva che la richiesta di 95 mila Euro era apparentemente ricondotta da (omissis) al suo malcontento per la prestazione professionale dell'avvocato (omissis) e, in realtà, pretestuosa priva di qualsiasi causa lecita sottostante.

Nel corso dell'interrogatorio del 9 dicembre 2009, (omissis) ammetteva di essere l'autore delle lettere inviate nel 2006 e in data 31 maggio 2007, negando, invece, la paternità di quella, dattiloscritta, inviata alla Procura Generale di Milano che attribuiva a tale (omissis), un kosovaro conosciuto in carcere che, di propria iniziativa, aveva scritto la missiva.

L'imputato ammetteva, tuttavia, inizialmente di essere stato a conoscenza della predetta lettera di cui gli aveva parlato l'estensore; subito dopo, negava, però, di avere conosciuto il contenuto della compromettente lettera.

In occasione del successivo interrogatorio del 14 gennaio 2010, (omissis) confermava di avere indirizzato all'avvocato (omissis) soltanto le prime due lettere manoscritte, redatte durante la carcerazione a Corno e altra missiva, sempre manoscritta, con la quale si era scusato con il professionista per il suo comportamento.

Asseriva che la lettera dattiloscritta, indirizzata alla Procura, era stata confezionata da tale (omissis) detto (omissis) (una persona diversa, quindi, da quella indicata nel precedente interrogatorio) che aveva conosciuto a Milano ed al quale aveva rivelato le sue traversie giudiziarie e l'infedele patrocinio del suo difensore.

Precisava che, in tale occasione, il predetto (omissis) si era dichiarato disponibile ad interessare dell'accaduto i suoi difensori al fine di costringere l'avvocato (omissis) a restituire la documentazione in suo possesso e le somme indebitamente percepite a titolo di onorario.

Delle (imprecisate) somme di denaro asseritamente corrisposte da (omissis) al proprio difensore non veniva rinvenuta traccia alcuna, mentre il denunciante documentava di avere inviato al cliente almeno una ventina di vaglia postali per modeste somme di denaro, di circa 150 - 200 Euro per volta, ricevute dai familiari di quest'ultimo ed idonee a dimostrare, per il loro modesto ammontare, le disagiate condizioni economiche del nucleo familiare del detenuto e la inverosimiglianza della ipotesi che lo stesso potesse avere corrisposto al professionista le indicate (rilevanti) somme di denaro.

Con sentenza in data 14 maggio 2010, all'esito di giudizio abbreviato, il Gup del Tribunale di Milano dichiarava (omissis) colpevole dei contestati delitti di tentata estorsione continuata (in danno dell'Avv. (omissis)) e di calunnia, unificati sotto il vincolo della continuazione e lo condannava, con la diminuente del rito, alla pena di anni 5, mesi 4 di reclusione e di Euro 600 di multa, con le pene accessorie ex lege.

Il Giudice di primo grado riteneva corretta la qualificazione giuridica del fatto contestato al capo A) della rubrica, evidenziando che:

a) Non vi era prova alcuna delle somme asseritamente pagate dall'imputato all'avvocato (omissis) e oggetto della richiesta di restituzione, apparendo anzi altamente inverosimile la ipotesi che (omissis) avesse avuto disponibilità di siffatte rilevanti somme di denaro;

b) L'imputato aveva avanzato una richiesta di pagamento di una somma di denaro spropositata e che non aveva alcuna possibile causa lecita, nella piena consapevolezza della illiceità della pretesa e soprattutto del fatto che le sue lamentele circa le sorti dei processi a suo carico non avrebbero mai potuto configurare un suo diritto alla restituzione;

c) (omissis) aveva, quindi, agito nella piena consapevolezza della mancanza di una azione legale esperibile nei confronti della p.o., per conseguire un ingiusto profitto (reso evidente dalla sproporzione della somma indebitamente reclamata con modalità gravemente minacciose).

Proponeva appello il Difensore di (omissis):

a) Eccependo l'inutilizzabilità della conversazione telefonica intercorsa tra l'imputato e la p.o. captata da quest'ultima e non dal P.M., mai regolarmente trascritta ed integrante una prova illegale;

b) Eccependo l'inutilizzabilità della falsa denuncia dattiloscritta inviata alla Procura Generale della Repubblica di Milano poiché disconosciuta dallo stesso imputato e palesemente estranea allo stesso;

c) Chiedendo l'assoluzione dell'imputato dal delitto di calunnia, per mancanza di prova della riferibilità allo stesso della missiva inviata alla Procura Generale della Repubblica di Milano e per la palese infondatezza ed inverosimiglianza delle false accuse ivi contenute, inidonee a determinare l'inizio di un procedimento penale; con conseguente esclusione del contestato delitto di calunnia;

d) Sollecitando la derubricazione del reato di estorsione tentata in quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni avendo l'imputato agito nel ragionevole convincimento della legittimità della propria pretesa;

e) Chiedendo, infine, la riduzione della pena inflitta, non contenuta nel minimo edittale.

All'odierna udienza, celebrata in presenza di (omissis), all'esito della discussione, il P.G. ed il Difensore dell'imputato rassegnavano le conclusioni di cui al verbale in atti.

Motivi della decisione

Premessa metodologica:

Prima di esaminare i motivi di gravame proposti dal Difensore di (omissis), è opportuno rilevare che non è questa la sede, attesa la funzione critica del processo di appello rispetto alla sentenza impugnata, per ripercorrere, nuovamente, tutto l'iter motivazionale seguito dal Giudice di primo grado in punto di ricostruzione del fatto e del ruolo svolto, nella vicenda, dall'imputato, correttamente ed esaurientemente descritti nella sentenza impugnata, con ampia e condivisibile motivazione alla quale, sul punto, si rinvia, per comodità espositiva e per evitare inutili ripetizioni.

La giurisprudenza della S.C. è costante, infatti, nel riconoscere il principio della reciproca integrazione motivazionale delle sentenze di primo e di secondo grado nelle parti in cui la decisione sia conforme.

E' pure principio consolidato in giurisprudenza che il Giudice di appello non ha l'obbligo di prendere in esame ogni singola argomentazione svolta dall'appellante, ma è tenuto unicamente a esporre, con ragionamento corretto sotto il profilo logico-giuridico, i motivi per i quali perviene ad una decisione difforme rispetto alle tesi dell'impugnante, rimanendo implicitamente non condivise, e per ciò disattese, le argomentazioni incompatibili con il complessivo tessuto motivazionale.

Ci si limiterà, pertanto, al riesame critico delle valutazioni e delle conclusioni probatorie, in fatto e in diritto adottate dal Giudice di primo grado, con riferimento alle sole (specifiche) censure svolte nei motivi di appello, nonché ad integrare, ove occorra, la motivazione della sentenza impugnata, tenendo ovviamente conto delle eccezioni e degli argomenti entrati nella discussione svolta dalle parti nel giudizio di appello, senza alcuna considerazione per quelle genetiche doglianze che si risolvono, in buona sostanza, nella riproposizione, tout court, di questioni già dedotte nel giudizio di primo grado, già diffusamente e correttamente delibate dal primo Giudice e nuovamente sottoposte al vaglio del Giudice di appello senza alcuna confutazione delle argomentazioni svolte, sul punto, nella sentenza gravata.

Sui motivi di appello:

I motivi di appello proposti dalla Difesa di (omissis), diversi da quelli concernenti il trattamento sanzionatorio, sono infondati e vanno disattesi.

E valga il vero.

1. L'eccezione di inutilizzabilità delle risultanze della conversazione telefonica intercorsa tra l'imputato e la p.o., captata da quest'ultima, è infondata. E' invero principio oramai consolidato in giurisprudenza che la registrazione fonografica di un colloquio telefonico effettuata non già da terzi ma da uno dei partecipanti alla conversazione non è riconducibile alla nozione di intercettazione "ma costituisce memorizzazione di un fatto storico della quale l'autore può disporre liberamente, anche ai fini di prova nel processo, secondo la disposizione dell'art. 234 c.p.p., salvi gli eventuali divieti di divulgazione della comunicazione che si fondino sul suo specifico oggetto o sulla qualità rivestita dalla persona che vi partecipa" (C.C. Sez. Un. 28 maggio 2003, Torcasio, RV. 225465; c.c. 14.2.1994, Pino, in RV. 1991976; c.c. VI, 8.4.1994, Gi., RV. 198526; c.c. VI, 9.2.1995, Ro., RV. 205096). Non è pertanto revocabile in dubbio che la registrazione della predetta conversazione ad opera dell'Avv. (omissis) sia legittima ed utilizzabile ai fini probatori nei confronti dell'interlocutore (omissis), non realizzando alcuna intercettazione "in senso tecnico", soggetta alla disciplina di cui agli art. 266 e ss. del codice di rito;

2. Patimenti infondata è la (generica) eccezione di nullità e/o di "inutilizzabilità" della calunniosa denuncia dattiloscritta inviata alla Procura Generale della Repubblica presso la Corte d'Appello di Milano sul presupposto che la paternità della stessa sarebbe stata negata da (omissis). Nel vigente sistema processuale i casi di nullità sono, invero, tassativi e tra gli stessi non rientra quello dedotto dall'appellante. Analoghe considerazione riguardano la pretesa inutilizzabilità del documento (costituente corpo di reato), dovendo escludersi che si tratti, nella specie, di prova illegittimamente acquisita ( art. 161 c.p.p.) o comunque inficiata da inutilizzabilità c.d. patologica.

3. Non può neppure condividersi l'argomento difensivo dell'appellante secondo cui lo stesso non sarebbe l'autore (materiale o morale) del documento inviato alla predetta A.G. e contenente plurime, gravi, odiose ed infondate accuse all'Avv. (omissis) (di cessione di sostanze stupefacenti, di violenze sessuali in danno di minori, di molestie sessuali nei confronti dell'imputato e di altre infondate incolpazioni). Per confutare l'assunto difensivo dell'appellante è sufficiente tenere presente che la lettera in questione fa esplicito riferimento a vicende riguardanti esclusivamente l'attività defensionale svolta dal predetto avvocato in favore di (omissis) al quale attribuisce reati immaginari e fatti riprovevoli anche sotto il profilo morale già enunciati, in termini di sovrapposizione, in altre precedenti lettere inviate alla p.o. (in data 30 dicembre 2006 e 22 maggio 2007), delle quali (omissis) ha ammesso la paternità. A ciò si aggiunga che del tutto inverosimile appare l'apodittica ipotesi alternativa prospettata dall'appellante (carente, tra l'altro, di qualsiasi conforto probatorio) secondo cui un ignoto detenuto (inizialmente indicato da (omissis) con il nome di (omissis) o di (omissis) e poi con quello di (omissis), detto (omissis)), venuto a conoscenza delle sue traversie giudiziarie, senza neppure conoscere l'avvocato (omissis) e senza essere coinvolto in alcun modo nei fatti descritti nella lettera in questione, avrebbe, di propria iniziativa, inviato alla Procura Generale della Repubblica presso il Tribunale di Milano, una compromettente lettera dattiloscritta contenente gravi accuse nei confronti del predetto difensore e ciò avrebbe fatto esclusivamente per un malinteso senso di solidarietà nei confronti di (omissis), ritenuto vittima di infedele patrocinio, così accettando inoltre il rischio, non certo remoto, di poter essere agevolmente identificato e di essere condannato per calunnia. In conclusione, l'univoco tenore della lettera calunniosa inviata alla Procura Generale della Repubblica presso il Tribunale di Milano (contenente espliciti riferimenti a vicende giudiziarie riguardanti soltanto (omissis)), gli antefatti della predetta missiva (le lettere e la telefonata di contenuto minatorio sicuramente indirizzate dall'imputato alla p.o.) l'evidente (esclusivo) interesse di (omissis) all'alterazione del vero in danno del proprio difensore, l'evidente animosità dell'imputato nei confronti del denunciante e la inverosimiglianza della richiamata l'ipotesi difensiva alternativa, consentono di ritenere provato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che (omissis) è l'autore materiale o morale della falsa denuncia indirizzata all'A.G..

4. Infondato è anche l'argomento difensivo secondo cui la falsa denuncia non potrebbe integrare il contestato reato, come avvalorato dal fatto che la stessa non avrebbe mai determinato l'inizio di un procedimento penale contro l'incolpato. In contrario deve rilevarsi che ai fini della configurazione del delitto in esame non occorre che l'A.G. abbia dato inizio ad un procedimento penale e neppure che siano state effettivamente intraprese indagini di polizia per accertare la fondatezza dell'incolpazione. E', invece, sufficiente che dalla falsa denuncia derivi la possibilità di inizio di un procedimento. Tale eventualità ricorreva indubbiamente nel caso di specie alla luce del contenuto della predetta falsa denuncia che, facendo riferimento ad episodi specifici, a precise circostanze di tempo, di luogo e di persona di reati, aveva certamente l'attitudine ad indirizzare l'A.G. a procedere contro l'incolpato.

5. Corretta appare, inoltre, per le condivisibili argomentazioni già svolte, sul punto, dal Giudice di primo grado, la qualificazione giuridica del fatto di cui al capo 1) della rubrica. Non vi è, innanzitutto, prova alcuna del preteso diritto di credito dell'imputato nei confronti della p.o. Le modeste condizioni economiche dell'imputato e del suo nucleo familiare valgono, invece, a rendere inverosimile l'ipotesi difensiva secondo cui lo stesso avrebbe corrisposto al proprio difensore l'ingente somma di denaro minacciosamente reclamata con le predette missive. E tanto va detto senza trascurare di evidenziare che le odiose, esorbitanti gravi modalità con le quali (omissis) ha minacciosamente e ripetutamente chiesto il pagamento della somma di denaro appaiono del tutto incompatibili con il preteso diritto di credito e consentono di ritenere corretta la qualificazione giuridica del fatto allo stesso contestato.

6. Tenuto conto dei criteri direttivi di cui all'art. 133 c.p. ed in particolare delle disagiate condizioni economiche dell'imputato, delle (parziali) ammissioni dallo stesso fatte nel corso degli interrogatori, del ravvedimento manifestato in occasione della lettera di scuse inviata alla p.o., appare equo ridurre la pena complessivamente inflitta a (omissis) ad anni 3, mesi 8 di reclusione ed Euro 600 di multa (p.b., per il più grave reato di cui al capo 1) della rubrica, di anni 6, mesi 6 di reclusione ed Euro 900 di multa, ridotta di 1/3 ex art. 56 c.p. ed aumentata, per la continuazione interna, di mesi 8 di reclusione ed Euro 200 di multa e per il delitto di cui al capo 2) di mesi 6 di reclusione ed Euro 900 di multa, ridotta all'inflitto per il rito.

Va confermata, nel resto, la sentenza impugnata.

P.Q.M.

v. l'art. 605 c.p.p., in parziale riforma della sentenza emessa dal Gup del Tribunale di Milano in data 14 maggio 2010, appellata da (omissis).

Riduce la pena inflitta al predetto ad anni tre, mesi otto di reclusione ed Euro 600 di multa;

Conferma nel resto.

Così deciso in Milano, l'1 aprile 2011.

Depositata in Cancelleria il 7 aprile 2011.

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