Pagamento compensi professionali. Il cliente obbligato al pagamento non è necessariamente il soggetto nel cui interesse viene eseguita la prestazione d'opera intellettuale

Presupposto essenziale ed imprescindibile dell'esistenza di un rapporto di prestazione d'opera professionale, la cui esecuzione sia dedotta dal professionista come titolo del suo diritto al compenso, è l'avvenuto conferimento del relativo incarico in qualsiasi forma idonea a manifestare inequivocabilmente la volontà di avvalersi della sua attività e della sua opera da parte del cliente convenuto per il pagamento del compenso (Cass. 3016/2006, Cass. 1244/2000). Infatti, allorché si verta in ipotesi di prestazione d'opera professionale intellettuale, che si assume richiesta dal cliente, si è in presenza di un vero e proprio contratto, come lo qualifica l'art. 2230 c.c. individuandolo come una sotto categoria del contratto d'opera. Ciò comporta che in merito a detto contratto vi sia stato uno scambio di consensi, costituito dalla proposta contrattuale (in genere, nella fattispecie rappresentata dal conferimento dell'incarico), nonché dell'accettazione (in genere espressa per fatti concludenti) dal professionista, che esegue la prestazione richiesta. Ciò costituisce, prima ancora che un principio regolatore dei contratti di prestazione d'opera intellettuale, un principio regolatore dell'intera materia contrattuale.

Il cliente del professionista, quindi, non è necessariamente colui nel cui interesse viene eseguita la prestazione d'opera intellettuale, ma colui che stipulando il relativo contratto ha conferito l'incarico al professionista ed è conseguentemente tenuto al pagamento del corrispettivo (Cass. 22233/2004, Cass. 7309/2000). La prova dell'avvenuto conferimento dell'incarico, quando il diritto al compenso sia contestato dal convenuto sotto il profilo della mancata instaurazione di un rapporto siffatto, deve essere fornita dall'attore (Cass. 1244/2000 cit.), che ha l'onere di dimostrare l'an del credito vantato e l'entità delle prestazioni eseguite al fine di consentire la determinazione quantitativa del compenso, senza potersi giovare della parcella da lui stesso unilateralmente predisposta, essendo questa priva, in sede di ordinario giudizio di cognizione, di rilevanza probatoria (Cass. 5321/2003, Cass. 3024/2002, Cass. 635/2000, Cass. 3627/99, Cass. 2176/97).

Corte l'Appello di Potenza, 16-06-2009

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE D'APPELLO DI POTENZA
SEZIONE CIVILE

riunita in camera di consiglio in persona dei sigg. magistrati:

1. dr. Tommaso De Angelis - Presidente rel. -

2. dr. Alfredo Notari - Consigliere -

3. dr. Vincenzo Autera - Consigliere -

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile avente ad oggetto "prestazione d'opera intellettuale", iscritta al n. 81 R.G. 2004, e vertente

tra

De.Do. E De.Vi., quest'ultimo anche nella qualità di procuratore generale di De.Fr., tutti quali eredi di De.Le., elettivamente domiciliati in Potenza presso lo studio dell'avv. Cl.Br., che li rappresenta e difende giusta mandato a margine dell'atto di appello;

APPELLANTI

e

Ge.Ru. e Be.An., elettivamente domiciliati in Potenza presso lo studio dell'avv. Ni.Gi., che li rappresenta e difende in virtù di mandato a margine del ricorso per decreto ingiuntivo;

APPELLATI

Svolgimento del processo

Con decreto in data 6.9 aprile 1987, il Presidente del Tribunale di Potenza ingiungeva a So.Gi. ed a De.Le. di pagare all'ing. Ru.Ge. ed all'archi. An.Be. la somma di Lire 17.760.554, oltre agli interessi nella misura prevista dalla legge professionale, quale compenso dagli stessi preteso per la progettazione dei lavori di ristrutturazione ed adeguamento sismico di un fabbricato per civili abitazioni sito alla Via Ta. di Vietri di Potenza.

Avverso tale decreto proponevano opposizione, con distinti atti di citazione, sia il So. che il De. (quest'ultimo rappresentato dal primo), deducendo l'infondatezza dell'avversa pretesa e chiedendo, pertanto, la revoca dell'opposto decreto.

Con sentenza in data 11 luglio 2003, il Tribunale di Potenza accoglieva l'opposizione proposta dal So. in proprio, revocando l'opposto decreto e condannando il De. al pagamento in favore dei convenuti in opposizione della somma di Lire 14.756.193 (pari ad Euro 7.620,93), oltre Iva e cassa ingegneri, nonché interessi nella misura prevista dalla legge professionale.

Avverso tale sentenza proponevano appello De.Do. e De.Vi., quest'ultimo anche nella qualità di procuratore generale di De.Fr., tutti quali eredi di De Orsi Leone, i quali, con atto notificato il 9 febbraio 2004, convenivano in giudizio dinanzi a questa Corte il Ge. e la Be., chiedendo che, in riforma dell'impugnata decisione, la domanda proposta dagli opposti venisse rigettata.

Gli appellati, costituitisi in giudizio, chiedevano il rigetto del proposto gravame.

Sulle conclusioni delle parti come in epigrafe precisate, la causa veniva rimessa al collegio, il quale - all'udienza del 7 aprile 2009 - la introitava per la decisione.

Motivi della decisione

Come si è accennato nella parte narrativa che precede, il giudice di primo grado ha ritenuto inammissibile la domanda proposta dagli attuali appellati nei confronti di So.Gi. e, revocato l'opposto decreto, ha condannato il De.Le. al pagamento in favore del Ru. e della Be. della somma da questi pretesa.

Con il proposto gravame, gli appellanti - eredi del De. - chiedono sostanzialmente il rigetto della domanda proposta con il ricorso monitorio nei loro confronti.

Prima di esaminare le ragioni poste a fondamento del proposto gravame, va disattesa l'eccezione, proposta dagli appellati, relativa ad una pretesa non integrità del contraddittorio, risultando dalla documentazione dagli stessi prodotta che unici eredi del De.Le. sono gli attuali appellanti.

Ciò posto, ritiene la Corte che correttamente il Tribunale di Potenza ha accolto la domanda proposta (con il ricorso per decreto ingiuntivo) dagli attuali appellati, evidenziando come dall'espletata istruttoria fosse emerso che tra gli stessi ed il De. (dante causa degli attuali appellanti) fosse "intercorso un rapporto contrattuale avente ad oggetto un contratto d'opera intellettuale". Al riguardo, il primo giudice ha richiamato la documentazione prodotta in giudizio dai convenuti in opposizione.

Premesso che inammissibile - per difetto di interesse - è il rilievo mosso dagli appellanti relativo alla infondatezza della domanda proposta dai suddetti professionisti nei confronti del So. in proprio (e ciò, sia perché tale domanda è già stata rigettata dal giudice di primo grado, sia perché essi sono terzi rispetto al suddetto rapporto), si osserva che, con il proposto gravame, essi censurano l'impugnata decisione, deducendo che ad essere investito dell'incarico conferito dal So., quale procuratore generale del loro dante causa, era stato solo ed unicamente l'ing. No., mentre nessun rapporto era invece intercorso con gli attuali appellati e che, comunque, difetterebbe al riguardo la prova "della fonte negoziale della pretesa" (il cui onere incombeva a questi ultimi).

Ciò posto, si osserva che non è dubbio che - come dedotto dagli appellanti - presupposto essenziale ed imprescindibile dell'esistenza di un rapporto di prestazione d'opera professionale, la cui esecuzione sia dedotta dal professionista come titolo del suo diritto al compenso, è l'avvenuto conferimento del relativo incarico. Infatti, allorché si verta in ipotesi di prestazione d'opera professionale intellettuale, che si assume richiesta dal cliente, si è in presenza di un vero e proprio contratto, come lo qualifica l'art. 2230 c.c. individuandolo come una sotto categoria del contratto d'opera. Ciò comporta che in merito a detto contratto vi sia stato uno scambio di consensi, costituito dalla proposta contrattuale (in genere, nella fattispecie rappresentata dal conferimento dell'incarico), nonché dell'accettazione (in genere espressa per facta concludenza) dal professionista, che esegue la prestazione richiesta. Ciò costituisce, prima ancora che un principio regolatore dei contratti di prestazione d'opera intellettuale, un principio regolatore dell'intera materia contrattuale.

Vero è altresì che corollario del suddetto principio è che il cliente del professionista non è necessariamente il soggetto nel cui interesse viene eseguita la prestazione d'opera intellettuale, ma colui che, stipulando il relativo contratto, ha conferito l'incarico al professionista ed è, conseguentemente, tenuto al pagamento del corrispettivo (Cass. 22 aprile 1995 n. 4592).

Non vi è dubbio, infine, che la prova dell'avvenuto conferimento dell'incarico, quando il diritto al compenso sia dal convenuto contestato, come nella specie, sotto il profilo della mancata instaurazione di un simile rapporto, non può che gravare sull'attore.

Peraltro, non essendo richiesta per la conclusione di tale contratto una forma particolare, esso può essere stipulato in qualsiasi forma idonea a manifestare, chiaramente ed inequivocamente, la volontà del cliente (convenuto per il pagamento del compenso) di avvalersi della attività e dell'opera del professionista (Cass. 1 marzo 1995 n. 2345) e quella di quest'ultimo di accettare l'incarico. E compete esclusivamente al giudice del merito valutare se, nel caso concreto, questa prova possa o meno ritenersi fornita (sottraendosi il risultato del relativo accertamento, se adeguatamente e coerentemente motivato, al sindacato di legittimità).

Ciò posto, si osserva che nella fattispecie gli attuali appellati hanno prodotto in giudizio non solo tutti gli elaborati tecnici relativi alla prestazione da essi espletata (elaborati sui quali si legge il parere favorevole rilasciato dalla commissione edilizia), quanto una serie di altri documenti da cui si evince inequivocabilmente che detta prestazione è stata effettuata su incarico del procuratore generale del loro dante causa, e cioè del So.Gi..

Al riguardo, è in atti innanzi tutto una nota inviata al Genio Civile, con la quale quest'ultimo comunicava a detto ente che progettisti dell'adeguamento funzionale dell'opera erano appunto l'arch. An.Be. e l'ing. Ru.Ge. (mentre calcolatore delle strutture era l'ing. Fr.No.): nota alla quale veniva allegato - tra l'atro - il progetto dell'opera ed altra documentazione proveniente dai suddetti professionisti.

In ordine a tale documento (che costituisce confessione stragiudiziale fatta ad un terzo), gli appellanti, evidentemente sul presupposto che lo stesso fosse sottoscritto (non dal So., bensì) dal loro dante causa De.Le., dichiarano nell'atto di appello di non conoscerne la sottoscrizione, "ai sensi e per gli effetti dell'art. 214 comma 2 c.p.c.". Ma tale disconoscimento non può avere alcun rilievo, ove si consideri, da una parte, che la sottoscrizione in calce al documento è del So. (che, parte del giudizio di primo grado, non l'ha disconosciuta) e non del De.; dall'altra che, quand'anche fosse stata di quest'ultimo, il disconoscimento così come operato sarebbe intervenuto tardivamente, posto che la disposizione di cui all'art. 215 n. 2 del codice di rito onera la parte che intende disconoscere una scrittura privata l'onere di effettuare il disconoscimento "nella prima udienza o nella prima risposta successiva alla (sua) produzione": per cui, non avendo il De. effettuato il disconoscimento nel giudizio di primo grado, i suoi eredi inutilmente dichiarano, nel presente grado, di non conoscere la sottoscrizione del loro autore.

Nella richiesta inoltrata al Sindaco di Vietri di Potenza per il rilascio della concessione edilizia (protocollata in data 16 ottobre 1984), poi, si dava atto che progettisti delle opere erano gli attuali appellati; alla stessa veniva allegato il progetto redatto da questi ultimi ed altra documentazione tecnica (probabilmente redatta dagli stessi). Tale documento porta in calce la sottoscrizione del So.Gi. (quale procuratore generale del De.), che si qualifica "committente" e dei professionisti suddetti, che si qualificano "progettisti" e "direttori delle opere".

Infine, la stessa "concessione per la esecuzione di opere edilizie" rilasciata dal Sindaco del Comune di Vietri di Potenza in data 15 dicembre 1984 fa riferimento sia alla suddetta domanda sia al progetto allegato alla stessa e redatto appunto dalla Be. e dal Ge.; essa, inoltre, porta in calce la dichiarazione del So. di obbligarsi alla osservanza delle prescrizioni contenute nella stessa.

Certo, tali documenti non fotografano il momento dell'incontro dei consensi, e cioè il momento genetico del rapporto ("in idem placitum consensus"), ma ne forniscono indubbiamente la prova (cfr. ad esempio: Cass. 2 agosto 1997 n. 7177, la quale ritiene sufficiente ai fini dell'accertamento della esistenza di un rapporto agrario la circostanza che una delle parti abbia - per fini agricoli - ricevuto in godimento un fondo, del quale l'altra abbia la disponibilità). Dagli stessi, infatti, si evince inequivocabilmente non solo l'avvenuta instaurazione tra le parti del rapporto professionale dedotto in giudizio, quanto anche l'estraneità a detto rapporto dell'ing. Noie, incaricato di una differente prestazione professionale (calcolo delle strutture).

Né, come sembrano ritenere gli attuali appellanti (i quali deducono che l'onere probatorio gravante sugli attori si sostanzierebbe "nella richiesta di strumenti da produrre in giudizio e che siano tali da abbracciare, in primis, il momento genetico del rapporto tra professionista e cliente, e, secondariamente, il momento funzionale, comprensivo dell'accettazione e della fruizione della sua attività"), occorre la dimostrazione degli atti da cui dedurre l'incontro delle volontà, essendo sufficiente quella di documenti che tale incontro presuppongono. Ad abundantiam, è da rilevare che non viene neanche dedotto (dagli appellanti) un diverso titolo in forza del quale le prestazioni su descritte sarebbero state rese.

Il proposto gravame va per questi motivi rigettato.

Per il principio della soccombenza, gli appellanti vanno condannati al rimborso in favore delle controparti delle spese processuali, nella misura che si indica in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte di Appello di Potenza, definitivamente pronunziando sull'appello proposto, con atto notificato il 9 febbraio 2004, da De.Do. e De.Vi., quest'ultimo anche quale procuratore generale di De.Fr., tutti nella qualità di eredi di De.Le., nei confronti di Be.An. e Ge.Ru. avverso la sentenza resa tra le parti dal Tribunale di Potenza in data 11 luglio 2003, ogni diversa istanza, eccezione e deduzione disattesa, così provvede:

a) rigetta l'appello;

b) condanna gli appellanti al rimborso in favore degli appellati delle spese di questo grado del giudizio, che liquida in complessivi Euro 1.880,50, di cui Euro 11,50, per esborsi, Euro 635,00 per diritti ed Euro 1.234,00 per onorari, oltre spese generali, I.V.A. e Cassa avvocati come per legge.

Così deciso nella camera di consiglio della Corte di Appello di Potenza il 21 aprile 2009.

Depositata in Cancelleria il 16 giugno 2009.

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