Sentenza ex art. 281-sexies cpc: se il Giudice non rispetta la forma, il termine per l'impugnazione decorre dal deposito della sentenza comunicato ai difensori delle parti dal cancelliere unitamente all'attestazione di avvenuta pubblicazione

Ai fini della decorrenza dei termini per la impugnazione della sentenza di primo grado, la sola lettura in udienza del dispositivo (il quale diventa parte integrante del verbale), nonché della concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione, non accompagnata dalla materiale allegazione della sentenza stessa al verbale contestualmente alla sottoscrizione di esso da parte del giudice, come prescritto ex art. 281-sexies, c.p.c., non consente di ritenere applicabile il principio secondo cui la sentenza si intende pubblicata con la sottoscrizione da parte del giudice del verbale che la contiene, dovendosi, invece, ritenere che la sentenza depositata costituisca, in tal caso, atto autonomo e distinto dal verbale stesso. Nella specie l’appello deve ritenersi tempestivo, poiché correttamente la parte ha considerato decorrente il termine per impugnare dalla data di deposito del provvedimento (deposito comunicato ai difensori delle parti dal cancelliere, unitamente alla specifica attestazione dell’avvenuta pubblicazione), atteso che solo a partire da tale data la parte stessa è stata posta in grado di conoscere integralmente ed in concreto il tenore della decisione e di predisporre, di conseguenza, le opportune difese.

App. Roma Sez. III, 26/06/2007

La sentenza per esteso:

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
CORTE D'APPELLO DI ROMA
SEZIONE TERZA CIVILE

composta dai signori Magistrati:

Dott. NUZZO Laurenza - Presidente rel. -

Dott. POLACCHI Giovan Battista - Consigliere -

Dott. MENICHETTI Carla - Consigliere -

Riunita in camera di consiglio ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta al n. 2833 del Ruolo Generale della cause dell'anno 2004, passata in decisione all'udienza collegiale del 13.3.2007

TRA

S.M., B.S., V.V., in proprio e nella qualità di soci della S. di S.M. e C. s.n.c., elett.te domiciliati presso lo studio dell'Avv. M.P. che li rappresenta e difende giusta procura a margine dell'atto di citazione di primo grado

APPELLANTI

Avv. N.O., elettivamente domiciliato presso l'Avv. G.P. che lo rappresenta e difende in virtù di procura a margine dalla comparsa di costituzione in appello

APPELLATO

Svolgimento del processo

Con atto ritualmente notificato S.M., B.S. e V.V., in proprio e nella qualità di soci della S. di S.M. e C. s.n.c., convenivano in giudizio, innanzi al Tribunale di Velletri, l'Avv. O.N. chiedendo il risarcimento dei danni, per Lire 2.000.000(o altra somma maggiore o minore ritenuta di giustizia) per colpa professionale dello stesso.

Esponevano che il convenuto era stato incarico della difesa nel giudizio prefallimentare instaurato da P.C. contro la società S. s.n.c.; che tra le parti era stato raggiunto un accordo transattivo per la definizione della pendenza e che, inopinatamente, il Tribunale aveva dichiarato il fallimento della società; che, in seguito, il professionista convenuto aveva garantito di aver sistemato la vertenza col Tribunale e col Giudice Delegato ma che ciò non aveva avuto riscontri. Chiedevano, quindi, i danni per il pagamento di alcune imposte; per il mancato guadagno dovuta alla chiusura del bar S.; per la mancata vendita di un immobile e di un autocarro, il danno morale e quello derivante dalla necessità di stipulare un contratto di affitto di azienda.

Costituitosi in giudizio il convenuto contestava la domanda assumendo di avere tempestivamente informato gli attori che all'ultima udienza la causa era stata trattenuta in riserva, risultando il mancato pagamento degli interessi. Con sentenza depositata il 28.1.2003 il Tribunale, in persona del G.U., rigettava la domanda di risarcimento danni perché carente di prova su punti essenziali e respingeva pure la domanda riconvenzionale ex art. 96 c.p.c. condannando gli attori al pagamento delle spese di lite.

Avverso tale sentenza proponevano appello S.M., B.S., V.V. in proprio e n.q. di soci della S. di S.M. e C. s.n.c., concludendo come in primo grado e riproponendo le richieste istruttorie avanzate nelle memorie ex art. 184 c.p.c. depositate in primo grado.

Si costituiva in giudizio l'Avv. N. chiedendo, preliminarmente, che l'appello fosse dichiarato inammissibile per decadenza dall'impugnazione ai sensi dell'art. 327 c.p.c., trattandosi di sentenza pronunciata ex art. 281 sexies c.p.c., da impugnarsi nel termine decorrente dalla data (22.1.2003) di sottoscrizione del verbale di udienza in cui era stata pronunciata la sentenza; in via subordinata chiedeva che fosse respinta l'impugnazione con ammissione di prova contraria ove fosse stata ammessa quella richiesta dagli attori.

Precisate le conclusioni la causa era ritenuta per la decisione all'udienza indicata in epigrafe con concessione dei termini di legge ex art. 190 c.p.c.

Motivi della decisione

Va preliminarmente esaminata l'eccezione di inammissibilità dell'appello; al riguardo sostengono gli appellanti che in udienza sarebbe stata data lettura del dispositivo nonché della concisa esposizione delle ragioni in fatto ed in diritto della decisione, ma senza una "lettura integrale" sicché solo con il deposito in cancelleria della sentenza, avvenuto non immediatamente, secondo la previsione dell'art. 281 sexies c.p.c., ma in data 28.1.2003, sarebbe stato possibile esaminare il contenuto della sentenza; il termine per proporre l'appello si doveva, quindi, far decorrere dal 28.1.2003 e non dalla data di pronuncia della sentenza nell'udienza del 22.1.2003.

Osserva la Corte:

se pure nel verbale di causa 22.1.2003 si dava atto della lettura della sentenza "che diviene parte integrante del presente verbale", non risulta che la sentenza stessa sia stata materialmente allegata al verbale contestualmente alla sottoscrizione di esso da parte del Giudice, come prescritto dall'art. 281 sexies c.p.c. ed, anzi, il cancelliere ha provveduto a comunicare ai difensori delle parti il deposito della sentenza pronunciata il 22.1.2003 con la specifica attestazione della avvenuta pubblicazione in data 28.1.2003.

Orbene, a fronte del lasso di tempo intercorso fra la data di pronuncia e quello del deposito della sentenza impugnata, tenuto conto, inoltre, delle modalità di redazione della stessa, con completa esposizione in fatto e diritto e non in forma concisa e semplificata, secondo il dettato della norma richiamata, non può, nella specie, trovare applicazione il principio secondo cui la sentenza si intende pubblicata con la sottoscrizione da parte del giudice del verbale "che la contiene", dovendosi, invece, ritenere che la sentenza depositata costituisca un atto autonomo e distinto da detto verbale; conseguentemente il termine per impugnare deve farsi decorrere dal 28.1.2003 e cioè dalla data del deposito della sentenza, considerato che solo in tale data la parte è stata posta in grado di conoscere integralmente ed in concreto il tenore della decisione e di predisporre le opportune difese, non risultando dagli atti di causa che la sentenza depositata o altra di cui sarebbe stata data lettura fosse stata materialmente inserita nel verbale di causa, adempimento richiesto oltreché dal disposto dell'art. 281 sexies co. 2 c.p.c. anche dall'art. 35 disp. att. c.p.c. nel testo novellato, fine di poter considerare la sentenza come parte integrante del verbale e farne derivare la presunzione assoluta di legge che essa sia stata conosciuta dalle parti presenti o che avrebbero dovuto essere presenti alla lettura di essa.

L'appello, sulla base di quanto rilevato, deve, quindi, ritenersi tempestivo essendo stato notificato l'11.3.04 allorché il termine lungo per impugnare, comprensivo del periodo feriale, non era ancora scaduto in relazione al termine di decorrenza del 28.1.2003.

Con i motivi di gravame gli appellanti deducono: un'errata valutazione degli elementi di fatto con riferimento al comportamento dell'Avv. N. che, incaricato di estinguere la procedura fallimentare intrapresa dal C., mediante il pagamento di quanto dovuto, avrebbe lasciato dichiarare il fallimento, pur rassicurando essi appellanti che "tutto era a posto" quanto alla sanatoria della posizione debitoria nei confronti del C.;

doveva poi ritenersi che l'Avv. N. fosse stato incaricato della complessiva difesa degli attori e non solo della loro assistenza tecnica come desumibile dal fatto che lo stesso aveva concordato una rateizzazione del debito; la prova richiesta in primo grado, ritenuta irrilevante dal giudice di prime cure, avrebbe consentito, ove espletata, di accertare l'attività svolta ed il comportamento inadempiente tenuto dal N. che, peraltro, aveva omesso di comunicare agli appellanti non solo la possibilità di proporre impugnazione alla dichiarazione di fallimento ma anche la dichiarazione medesima;

i danni reclamati, contrariamente a quanto affermato dal Tribunale, erano provati essendo incontestabili i fatti posti a fondamento della domanda.

Dette doglianze sono destituite di fondamento.

Come, infatti, si legge nella sentenza impugnata gli attori non hanno adempiuto all'onere di documentare le ragioni della declaratoria di fallimento, avendo solo prodotto un estratto della relativa sentenza privo delle motivazioni con la conseguente impossibilità di verificare il fatto colposo ascrivibile al difensore;

non hanno, inoltre, offerto idonea documentazione per superare l'eccezione secondo cui il professionista convenuto era stato incaricato solo dell'assistenza tecnica alle udienze essendo, peraltro, irrilevante l'attività da lui svolta dopo la dichiarazione di fallimento;

non hanno provato che l'Avv. N. abbia omesso di informarli della possibilità di impugnare la sentenza di fallimento;

non hanno provato l'ingiustizia dei danni reclamati, stante l'impossibilità di valutare le ragioni poste a fondamento della sentenza di fallimento.

A fronte di tale carenze probatorie deve ribadirsi l'irrilevanza dei capitoli di prova testimoniale in quanto inidonei a provare il fatto costitutivo della dedotta responsabilità professionale.

L'appello deve, pertanto, essere respinto.

Ricorrono giusti motivi, considerato che l'eccezione di inammissibilità dell'impugnazione è stata disattesa, per compensare fra le parti le spese del grado per la metà; la residua metà delle spese, liquidate come da dispositivo, va posta a carico degli appellanti prevalentemente soccombenti.

P.Q.M.

La Corte, definitivamente pronunciando, ogni contraria istanza ed eccezione disattesa, così provvede:

respinge l'appello;

dichiara compensate fra le parti le spese del grado nella misura di un mezzo;

condanna gli appellanti al pagamento, in favore dell'appellato, della residua metà delle spese medesime che liquida, per l'intero, in complessivi Euro 5.400.000 di cui Euro 3.500,00 per onorari; Euro 1.500.00 per diritti ed Euro 400,00 per spese oltre IVA, CAP e rimborso spese generali come per legge.

Così deciso in Roma il 5 giugno 2007.

Depositata in Cancelleria il 26 giugno 2007.

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