Investimento fauna selvatica: la Regione Toscana può essere chiamata a rispondere del danno

La responsabilità extracontrattuale per i danni provocati da animali selvatici alla circolazione dei veicoli deve essere imputata all'ente, sia esso Regione, Provincia, Ente Parco, Federazione o Associazione, ecc., a cui siano stati concretamente affidati, nel singolo caso, anche in attuazione della legge n. 157 del 1992, i poteri di amministrazione del territorio e di gestione della fauna ivi insediata, sia che i poteri di gestione derivino dalla legge, sia che trovino la fonte in una delega o concessione di altro ente: così Cass. civ., Sez. III, 08/01/2010, n. 80. Nel caso specifico della Regione Toscana, una più recente pronuncia della medesima sezione della Corte di Cassazione (Sent. n. 23095/2010) ha riconosciuto la (cor)responsabilità della Regione Toscana “nell’ipotesi di danno provocato dalla fauna selvatica ed il cui risarcimento non sia previsto da apposite norme”.

Ecco il testo integrale della sentenza n. 23095/2010. In allegato anche la sentenza n. 80/2010.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI NANNI Luigi Francesco - Presidente

Dott. URBAN Giancarlo - rel. Consigliere

Dott. SPIRITO Angelo - Consigliere

Dott. URBAN Giancarlo - Consigliere

Dott. LEVI Giulio - Consigliere

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

REGIONE TOSCANA, in persona del Presidente, elettivamente domiciliato in Roma, Via del Viminale n. 43, presso lo studio dell'avv. Lorenzoni Fabio, rappresentato e difeso dall'avv. Fantappiè Silvia giusta delega in atti e su autorizzazione della Giunta regionale;

- ricorrente -

contro

ELLEBI s.r.l. (c.f. (OMISSIS)), in persona del legale rappresentante, elettivamente domiciliato in Roma, Via Silvio Pellico n, 24, presso lo studio dell'avv. CARELLO Cesare Romano, che lo rappresenta e difende unitamente agli avv.ti Paolo Puliti e Stefano Romei giusta delega in atti;

- controricorrente -

e contro

AMMINISTRAZIONE PROVICIALE DI GROSSETO, in persona del Presidente, elettivamente domiciliato in Roma, Via Cicerone n. 49, presso lo studio dell'avv. Bernardini, rappresentato e difeso dagli avv.ti CONTI Filippo e Ermanno Prastaro giusta delega in atti e in virtù' di determinazione in data 5 maggio 2006;

- controricorrente e ricorrente incidentale -

avverso la sentenza della Corte d'Appello di Firenze n. 1800/05 decisa in data 5 luglio 2005 e depositata in data 12 dicembre 2005;

Udita la relazione del Consigliere dott. Giancarlo Urban;

udito l'avv. Guido Meloni per delega dell'avv. Silvia Fantappiè;

udito l'avv. Cesare Romano Carello;

udito l'avv. Ermanno Prastaro;

udito il P.M. in persona del Cons. Dott. SCARDACCIONE Eduardo Vittorio che ha concluso per il rigetto del ricorso principale e di quello incidentale.

Svolgimento del processo

Con citazione del 26 giugno 1998 Ellebi s.r.l, conveniva innanzi al Tribunale di Firenze la Regione Toscana e la Provincia di Grosseto per ottenere il risarcimento dei danni provocati alla propria autovettura SAAB da un grosso cinghiale, che aveva repentinamente attraversato, al sopraggiungere di essa, la strada provinciale che da (OMISSIS) va a intersecare la (OMISSIS).

La Regione si costituiva in giudizio eccependo di non essere titolare del potere di gestione del patrimonio faunistico e di manutenzione della strada. Anche la Provincia eccepiva la propria carenza di legittimazione passiva e nel merito rilevava che l'obbligo di apporre cartelli segnalatori si imponeva solo nei casi di strada situata in una zona particolarmente battuta da tale tipo di fauna.

Assunte le prove orali, con sentenza del 23 febbraio 2001, l'adito Tribunale, riconosciuta la legittimazione passiva di entrambi gli enti pubblici territoriali rispetto all'azione proposta, in quanto, sulla base della L. n. 157 del 1992, le competenze di entrambi gli enti in materia di pianificazione faunistica si intersecavano, tuttavia rigettava la domanda ritenendo che la parte attrice non avesse fornito in concreto la prova che l'evento dannoso fosse ricollegabile a una condotta colposa dell'una o dell'altra amministrazione (o di ambedue).

Con sentenza del 12 dicembre 2005 la Corte d'Appello di Firenze accoglieva l'appello proposto da Ellebi s.r.l. e condannava in solido la Regione Toscana e la Provincia di Grosseto al pagamento della somma di Euro 9.327,56 oltre interessi, rivalutazione e spese di entrambi i gradi.

Ricorre per cassazione la Regione Toscana con cinque motivi.

Resiste con controricorso la Ellebi s.r.l.; l'Amministrazione provinciale di Grosseto ha proposto ricorso incidentale con due motivi.

Le parti hanno depositato memorie ai sensi dell'art. 378 c.p.c..

Motivi della decisione

I ricorsi debbono essere riuniti ai sensi dell'art. 335 c.p.c. poichè riguardano la stessa sentenza della Corte d'Appello.

Con il primo motivo del ricorso principale si denuncia la violazione e falsa applicazione della L. 8 giugno 1990, n. 142, artt. 3 e 14;

della L.R. 19 luglio 1995, n. 77, artt. 4, 5, 8, 12, della L. 11 febbraio 1992, n. 157, della L.R. 12 gennaio 1994, n. 3; la violazione della L. 15 marzo 1999, n. 59, artt. 1, 2, 4 meglio conosciuta come L. "Bassanini" .

Con il secondo motivo di denuncia la ulteriore violazione del principio di sussidiarietà dettato dalla L. n. 59 del 1997, art. 1, 2, 4; la violazione della L.R. della Toscana 11 aprile 1995, n. 49, artt. 6 e 15 "legge sui parchi e riserve naturali".

Con il terzo motivo si denuncia la violazione degli artt. 2, 3, 37 e 38 C.d.S. in relazione alla assenza di obblighi facenti capo alle Regioni, in tema di apposizione di cartelli sulle strade.

Con il quarto motivo si denuncia la violazione dell'art. 2043 c.c., in quanto nessun comportamento doloso o colposo risulta configurabile a carico della Regione Toscana.

Con il quinto motivo si denuncia la contraddittorietà della motivazione nella parte in cui si afferma che in caso di sinistro stradale spetta alla parte attrice di provare l'omissione dell'ente convenuto, ai sensi dell'art. 2043 c.c. per procedere alla condanna dell'ente stesso in base al generico principio del "neminem laedere".

I suddetti motivi possono essere esaminati unitariamente, in quanto connessi: la sentenza impugnata ha affermato il principio che la responsabilità del sinistro era addebitabile alla Regione ed alla Provincia per violazione del precetto del "neminem laedere" di cui all'art. 2043 cod. civ.; in particolare, si è ritenuto che le funzioni svolte dalla Provincia in materia di fauna selvatica sono regolate dalla seguente normativa:

- la L. n. 142 del 1990, nel definire i rapporti tra Regione Provincia e Comune, ha attribuito alla prima la qualifica di ente di programmazione di coordinamento e agli altri due quella di enti di attuazione, attuando così lo schema classico della delega amministrativa;

- la L. n. 157 del 1992, in materia di gestione e tutela delle specie della fauna selvatica, ha disposto che "le Province attuano la disciplina regionale";

- la L.R. Toscana 12 gennaio 1994, n. 3, ha stabilito che alla Regione compete la disciplina dell'utilizzazione dei territori a interesse faunistico ed alla Provincia l'attuazione della disciplina regionale.

La Regione Toscana sostiene che la propria L.R. n. 3 del 1994 ha attribuito alla sola provincia le funzioni concernenti la conservazione e l'incremento del patrimonio faunistico ivi compresa l'adozione delle misure cautelari. Si tratterebbe di attribuzione del potere in senso proprio come risulterebbe anche dalle norme statali sul nuovo ordinamento degli enti locali (L. 15 marzo 1997, n. 59).

I motivi non sono fondati.

La L. 11 febbraio 1992, n. 157, art. 1 contenente norme per la protezione della fauna selvatica, dispone:

- che la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell'interesse della comunità nazionale ed internazionale (comma 1);

- che le regioni a statuto ordinario provvedono ad emanare norme relative alla gestione ed alla tutela di tutte le specie della fauna selvatica (comma 3).

Si deve aggiungere:

- che le regioni esercitano le funzioni amministrative di programmazione e di coordinamento ai fini della pianificazione faunistico - venatoria di cui all'art. 10 della legge prima richiamata e svolgono i compiti di orientamento, di controllo e sostitutivi previsti dalla stessa legge e dagli statuti regionali.

Alle province spettano le funzioni amministrative in materia di caccia e di protezione della fauna secondo quanto previsto dalla L. 8 giugno 1990, n. 142, che esercitano nel rispetto della legge (art. 9);

- che, per far fronte ai danni non altrimenti risarcibili arrecati alla produzione agricola e alle opere approntate sui terreni coltivati e a pascolo dalla fauna selvatica, in particolare da quella protetta, e dall'attività venatoria, è costituito a cura di ogni regione un fondo destinato alla prevenzione e ai risarcimenti, al quale affluisce anche una percentuale dei proventi di cui all'art. 23 (art. 26).

Alle Regioni, quindi, compete l'obbligo di predisporre tutte le misure idonee ad evitare che gli animali selvatici arrechino danni a persone o a cose e, pertanto, nell'ipotesi (corrispondente al caso in esame) di danno provocato dalla fauna selvatica ed il cui risarcimento non sia previsto da apposite norme, la Regione può essere chiamata a rispondere in forza della disposizione generale contenuta nell'art. 2043 cod. civ.: Cass. 1 agosto 1991, n. 8470; 13 dicembre 1999, n. 13956; 14 febbraio 2000, n. 1638; 24 settembre 2002 n. 13907.

La sentenza impugnata si è attenuta a questi criteri e, quindi, si sottrae alle censure che si stanno esaminando.

L'Amministrazione provinciale di Grosseto ha proposto ricorso incidentale con il quale si denuncia, con il primo motivo, la violazione dell'art. 2043 c.c. in relazione al D.Lgs. n. 285 del 1992, art. 38 e al D.M. Lavori Pubblici 27 aprile 1990, art. 156, avendo la sentenza impugnata ritenuto che la responsabilità dell'Amministrazione provinciale fosse conseguente alla proprietà della strada percorsa dalla autovettura coinvolta e alla mancata segnalazione del pericolo.

Con il secondo motivo si denuncia la omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione all'assenza di condotta colposa a carico del conducente dell'auto, il quale certamente non procedeva a velocità moderata.

Il ricorso incidentale è inammissibile poichè l'atto che lo contiene risulta notificato alla controricorrente Ellebi s.r.l. oltre il termine di cui al combinato disposto di cui agli artt. 370 e 371 c.p.c. Questa Corte ha più' volte ritenuto che il principio dell'unicità del processo di impugnazione contro una stessa sentenza comporta che, una volta avvenuta la notificazione della prima impugnazione, tutte le altre debbono essere proposte in via incidentale nello stesso processo e perciò, nel caso di ricorso per cassazione, con l'atto contenente il controricorso. In ogni caso la ammissibilità dell'atto è condizionata al rispetto del termine di quaranta giorni (venti più venti) risultante dal combinato disposto degli artt. 370 e 371 cod. proc. civ., indipendentemente dai termini (l'abbreviato e l'annuale) di impugnazione in astratto operativi.

Detto termine decorre dall'ultima notificazione dell'impugnazione principale nel caso in cui tale impugnazione sia stata notificata anche alla parte che propone l'impugnazione incidentale (Cass. 2 agosto 2002 n. 11602; 6 dicembre 2005 n. 26622).

Il ricorso incidentale deve essere pertanto dichiarato inammissibile.

Tenuto conto dell'esito del processo, appare conforme a giustizia disporre la compensazione delle spese del presente grado di cassazione.

P. Q. M.

la Corte di Cassazione, Sezione Terza Civile, riunisce i ricorsi;

rigetta il ricorso principale e dichiara inammissibile il ricorso incidentale.

Dichiara compensate le spese del presente giudizio di cassazione.

Argomenti correlati:



Inviato: 6 Anni 4 Settimane fa da Claudio #104
Avatar di Claudio
Intervengo sul mio stesso post per segnalare un'altra pronuncia della III sezione civile della Corte di Cassazione, sentenza n. 4202/2011:
Sebbene la fauna selvatica rientri nel patrimonio indisponibile dello Stato, la legge 11 febbraio 1992, n. 157 attribuisce alle Regioni a statuto ordinario il potere di emanare norme relative alla gestione ed alla tutela di tutte le specie della fauna selvatica (art. 1, comma 3) ed affida alle medesime i poteri di gestione, tutela e controllo, riservando invece alle Province le relative funzioni amministrative ad esse delegate ai sensi della legge 8 giugno 1990, n. 142 (art. 9, comma 1). Ne consegue che la Regione, anche in caso di delega di funzioni alle Province, è responsabile, ai sensi dell'art. 2043 cod. civ., dei danni provocati da animali selvatici a persone o a cose, il cui risarcimento non sia previsto da specifiche norme, a meno che la delega non attribuisca alle Province un'autonomia decisionale ed operativa sufficiente a consentire loro di svolgere l'attività in modo da poter efficientemente amministrare i rischi di danni a terzi e da poter adottare le misure normalmente idonee a prevenire, evitare o limitare tali danni. (Rigetta, Giud. pace Carovilli, 13/12/2005)
Cass. civ., Sez. III, 21/02/2011, n. 4202

La motivazione per esteso:

Cass. civ., Sez. III, 21/02/2011, n. 4202
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE TERZA CIVILE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. PETTI Giovanni Battista - Presidente
Dott. AMENDOLA Adelaide - Consigliere
Dott. ARMANO Uliana - Consigliere
Dott. D'AMICO Paolo - rel. Consigliere
Dott. CARLUCCIO Giuseppa - Consigliere
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso 10180-2006 proposto da:
REGIONE MOLISE (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso gli. Uffici dell'AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende per legge;
- ricorrenti -
contro
D.C.F. (OMISSIS);
- intimati -
avverso la sentenza n. 87/2005 del GIUDICE DI PACE di CAROVILLI, emessa il 13/12/2005, depositata il 13/12/2005 R.G.N. 24/05;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 20/12/2010 dal Consigliere Dott. D'AMICO Paolo;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. GOLIA Aurelio che ha concluso con il rigetto del ricorso.
Svolgimento del processo
D.C.F. conveniva in Giudizio la Regione Molise chiedendo che la stessa fosse condannata al risarcimento dei danni che asseriva di aver subito a seguito della collisione tra la sua autovettura ed alcuni caprioli di proprietà della suddetta Regione.
Quest'ultima si costituiva in giudizio contestando quanto ex adverso dedotto.
Il Giudice di Pace dichiarava l'esclusiva responsabilità della Regione Molise e la condannava al risarcimento dei danni in favore dell'attore.
Proponeva ricorso per cassazione la Regione Molise con tre motivi.
Parte intimata non svolgeva attività difensiva.
Motivi della decisione
Con il primo motivo parte ricorrente denuncia: "Violazione e falsa applicazione della L. n. 157 del 1992, artt. 1, comma 3 e L. n. 19 del 1993, artt. 18, 29 e 32 in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3".
Ritiene parte ricorrente che la statuizione del Giudice di Pace si ponga in contrasto con la delega delle funzioni amministrative alle Province avvenuta per effetto della L.R. 10 agosto 1993, n. 19, art. 8, comma 1.
Il motivo è infondato.
La L. 27 dicembre 1977, n. 968 contenente "Principi generali e disposizioni per la protezione e la tutela della fauna e la disciplina della caccia", stabilisce, all'art. 1, che "la fauna selvatica italiana costituisce patrimonio indisponibile dello stato ed è tutelata nell'interesse della comunità nazionale"; l'art. 5 della stessa legge prevede che "le regioni esercitano le funzioni amministrative in materia di caccia normalmente mediante delega alle province,alle comunità montane, ai comuni, singoli o associati";
l'art. 6 stabilisce che "per gli interventi nel settore della caccia le regioni predisporranno, articolandoli per province o per zone venatorie, piani annuali o pluriennali"; l'art. 15 disciplina la "Gestione sociale del territorio" che le regioni esercitano anche tramite gli enti delegati di cui al precedente art. 5.
La L. 8 giugno 1990, n. 142, sull'"Ordinamento delle autonomie locali", stabilisce all'art. 14, comma 1, che "spettano alla provincia le funzioni amministrative di interesse provinciale che riguardino vaste zone intercomunali o l'intero territorio provinciale" nel settore della: "protezione della flora e della fauna, parchi e riserve naturali" (lettera e)) e della caccia e pesca delle acque interne (lettera f)).
La L. 11 febbraio 1992, n. 157 stabilisce all'art. 1, comma 1 che "La fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello stato (...)" ed all'art. 1, comma 3 che "Le regioni a statuto ordinario provvedono ad emanare norme relative alla gestione ed alla tutela di tutte le specie della fauna selvatica (...) . Le province attuano la disciplina regionale ai sensi della L. 8 giugno 1990, n. 142, art. 14, comma 1, lett. f)". La L. n. 157 del 1992, art. 9, comma 1, stabilisce che "Alle province spettano le funzioni amministrative in materia di caccia e di protezione della fauna secondo quanto previsto dalla L. 8 giugno 1990, n. 142, che esercitano nel rispetto della presente legge".
Secondo la giurisprudenza di questa Corte la Regione, in quanto obbligata ad adottare tutte le misure idonee ad evitare che la fauna selvatica arrechi danni a terzi, è responsabile ex art. 2043 c.c. dei danni cagionati da un animale selvatico a persone o cose il cui risarcimento non sia previsto da specifiche norme (Cass., 24 ottobre 2003, n. 16008; Cass., 24.9.2002, n. 13907).
Si è in particolare affermato che sebbene la fauna selvatica rientri nel patrimonio indisponibile dello Stato, la L. 11 febbraio 1992, n. 157 attribuisce alle regioni a statuto ordinario i poteri di gestione, tutela e controllo, riservando invece alle province le funzioni amministrative in materia di caccia e di protezione della fauna ad esse delegate ai sensi della L. n. 142 del 1990, art. 9, comma 1. Ne consegue che la Regione, in quanto obbligata ad adottare tutte le misure idonee ad evitare che la fauna selvaggia arrechi danni a terzi, è responsabile ex art. 2043 c.c. dei danni provocati da animali selvatici a persone od a cose il cui risarcimento non sia previsto da specifiche norme (Cass., 14.10.2003, n. 16008; Cass., 24.9.2002, n. 13907).
Si ritiene pertanto che accanto alla responsabilità della Regione non è configurabile una responsabilità della provincia, atteso che, già alla stregua delle norme di cui alla L. 27 dicembre 1977, n. 968, artt. 5, 6 e 15, sono tenute le regioni ad esercitare le funzioni amministrative in materia di caccia, dovendo predisporre piani annuali o pluriennali relativi, fra l'altro, alla riproduzione ed alla sosta della fauna selvatica e provvedere alla gestione sociale del territorio.
Poichè a norma della L. 27 dicembre 1977, n. 968, artt. 5, 6, e 15 le regioni esercitano le funzioni amministrative in materia di caccia, predispongono piani annuali o pluriennali che prevedono, tra l'altro, oasi di protezione destinate al rifugio, alla riproduzione, ed alla sosta della fauna selvatica, passivamente legittimata rispetto all'azione di risarcimento dei danni derivanti a terzi dalla fauna selvatica, è la Regione, anche se abbia delegato i relativi poteri alla provincia, in quanto la delega non fa venir meno la titolarità di tali poteri e deve essere esercitata nell'ambito delle direttive dell'ente delegante (Cass., 1.8.1991, n. 8470).
La L.R. Molise 10 agosto 1993, n. 19, contenente "Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio. Ecologia" stabilisce all'art. 8, "Delega delle funzioni amministrative", che "In attuazione della L. Stato n. 142 del 1990, L. n. 157 del 1992 (...) sono delegate alle province le funzioni amministrative in materia di caccia e di protezione della fauna, salvo quelle che la legge dello stato riserva e-spressamente alla Regione".
Poichè la responsabilità per i danni derivanti a terzi dalla fauna selvatica fa capo alla Regione, anche se quest'ultima abbia delegato i relativi poteri alla provincia (Cass., 1.8.1991, n. 8470), parte ricorrente avrebbe dovuto dimostrare, in questo processo, che all'ente delegato (provincia) sia stata conferita, in quanto gestore, autonomia decisionale e operativa sufficiente a consentirgli di svolgere l'attività in modo da poter efficientemente amministrare i rischi di danni a terzi inerenti all'esercizio dell'attività stessa e da poter adottare le misure normalmente idonee a prevenire, evitare o limitare tali danni (Cass., 8.1.2010, n. 80).
Tale prova non è stata offerta da parte ricorrente.
Con il secondo motivo, in via gradata, la Regione Molise denuncia:
"Violazione dei principi regolanti la materia del danno da fatto illecito, ex art. 113 c.p.c., comma 2, in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3".
Sostiene parte ricorrente che la sentenza de qua, ai sensi e per i fini dell'art. 113 c.p.c., comma 2, come risultante dall'intervento della sentenza della Corte Cost. n. 206 del 6.7.2004, viola i seguenti principi informatori della materia nella responsabilità da fatto illecito:
a) Comportamento illecito, in quanto il Giudice di prime cure ha tralasciato di appurare l'esistenza di una condotta censurabile, ascrivibile alla Regione. Un siffatto accertamento comporta indagini in fatto che nella specie sono mancate del tutto;
b) Nesso causale. Non è stata allegata nè provata dall'attore la concreta esistenza del nesso causale fra il danno patito e l'ipotizzato comportamento illecito della regione Molise.
I motivo è inammissibile in quanto sia l'accertamento del comportamento illecito sia l'accertamento del nesso causale comportano indagini di fatto effettuate dal Giudice di merito e non sindacabili in sede di legittimità in quanto congruamente, seppur sinteticamente motivate.
Con il terzo motivo si denuncia "Omessa motivazione (sub specie di motivazione apparente) sull'attendibilità del teste, in relazione all'art. 360, n. 4)".
Si afferma che, in virtù del legame di parentela tra il teste (padre) e l'attore (figlio) e dell'assenza di altri elementi probatori circa la ricostruzione dei fatti di causa, l'attendibilità del primo avrebbe imposto puntuale vaglio e motivazione apposita.
Anche in questo caso non è sindacabile in sede di legittimità la valutazione circa l'attendibilità del teste. In materia di prova testimoniale non sussiste infatti, con riguardo alle deposizioni rese dai parenti o dal coniuge di una delle parti alcun principio di necessaria inattendibilità connessa al vincolo di parentela o coniugale, siccome privo di riscontri nell'attuale ordinamento, considerato che, venuto meno il divieto di testimoniare previsto dall'art. 247 c.p.c. per effetto della sentenza della Corte Cost. n. 248 del 1974, l'attendibilità del teste legato dai uno dei predetti vincoli non può essere esclusa aprioristicamente, in difetto di ulteriori elementi in base ai quali il giudice del merito reputi inficiarne la credibilità, per la sola circostanza dell'esistenza dei detti vincoli con le parti (Cass., 20.1.2006, n. 1109).
In conclusione, per le ragioni che precedono, il ricorso deve essere rigettato e in mancanza di attività difensiva di parte intimata non v'è luogo a disporre sulle spese del giudizio di cassazione.
P. Q. M.
La Corte rigetta il ricorso e nulla dispone per le spese del giudizio di cassazione.

Informazioni aggiuntive