Assegno divorzile: nessuna rilevanza a periodi di convivenza di fatto.

  • Stampa

Si segnala e riporta, con invito ad attenta lettura, un’interessante pronuncia del Tribunale di Grosseto che, disattendendo la domanda di riconoscimento di assegno divorzile formulata dalla coniuge in presenza di breve matrimonio giunto a seguito di periodi di convivenza di fatto, si addentrata nell’esame dell’evoluzione legislativa in ambito nazionale e internazionale in materia di unioni libere e di fatto sia tra coppie etero sessuali che tra coppie dello stesso sesso: il tutto con riferimento all'articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea ("il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio") e alla lettura orientata dell’art. 29 della Costituzione come semplice favor matrimonii, ma ricordando le indicazioni fornite, sullo specifico punto, da Corte di Cassazione Sez. I, 15 marzo 2012, n. 4184.

Il Tribunale, attraverso un exursus attento e completo, affronta e analizza la natura composita ma prevalentemente assistenziale dell’assegno di divorzio  intesa come dovere di solidarietà post-coniugale ovvero come dovere giuridico di aiutare economicamente l'ex coniuge.

La sentenza per esteso:

 

TRIBUNALEDI GROSSETO
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DELPOPOLO ITALIANO

Il Tribunale di Grosseto, Sezione civile, riunito in Cameradi Consiglio nelle persone dei magistrati:

  • Dr. Michele Addimandi Presidente relatore
  • Dr. Vincenzo Pedone Giudice
  • Dr.ssa Valeria Montesarchio Giudice

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa iscritta al n. (omissis) del Registro Affari Civili contenzioni dell'anno (omissis)

promossa da

(omissis) elettivamente domiciliato in Follonica (GR), Via Dell'Industria n. 88, presso e nello studio dell'avv.to Giovanni De Stasio, che lo rappresenta e difende giusta delega a margine del ricorso introduttivo del giudizio,

contro

(omissis)

* * *

Oggetto: scioglimento i matrimonio.

Conclusioni delle parti:

attore: come da foglio allegato al verbale d'udienza del (omissis).

convenuta: come da foglio allegato al verbale d'udienza del (omissis).

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

(omissis) con ricorso depositato il (omissis) chiedeva a questo Tribunale di dichiarare lo scioglimento del matrimonio da lui contratto con rito civile (Registro degli Atti di Matrimonio del Comune di Follonica Anno (omissis) con (omissis) il (omissis) in Follonica (GR), matrimonio dal quale non erano nati figli.

A sostegno della domanda deduceva che fra essi coniugi in data (omissis) era stata omologata la separazione consensuale da questo Tribunale e che dall'epoca erano vissuti separatamente, senza che fosse mai intervenuta riconciliazione: chiedeva, peraltro ed a modifica di provvedimento collegiale del (omissis) (che aveva previsto la corresponsione da parte sua alla moglie di un contributo di mantenimento di 200,00 €., da versare entro il giorno 5 di ogni mese e da rivalutare annualmente secondo indici ISTATdal settembre 2008, e ciò a differenza delle condizioni della separazione, per le quali i coniugi si erano dichiarati "economicamente indipendenti e, per tale motivo" avevano rinunciato reciprocamente "a qualsiasi pretesa in ordine all'assegno di mantenimento") che non fosse riconosciuto alcun assegno divorzile a suo carico, anche in considerazione delle mutate condizioni economiche tra i coniugi.

2. Si costituiva (omissis), non opponendosi alla declaratoria di scioglimento del matrimonio, ma si opponeva, contestandola, alla domanda di natura economica del ricorrente: anzi chiedeva che il contributo di mantenimento fosse elevato a non meno di 450,00 €. mensili, rivalutabili.

3. Constatato l'esito negativo del tentativo di conciliazione e confermate con ordinanza pronunciata fuori udienza il (omissis) le condizioni stabilite con il provvedimento collegiale del (omissis), le parti chiedevano, all'udienza successiva davanti all'istruttore del (omissis), che fosse pronunciato con sentenza non definitiva lo scioglimento del vincolo, con esonero da termini per comparse e memorie.

Pronunciata la sentenza e rimessa la causa sul ruolo, veniva rigettata con ordinanza pronunciata fuori udienza il (omissis) istanza per modifica del provvedimento presidenziale proposta dall'attore.

4. Ammesse ed espletate, poi, prove per testi dedotte dalle parti e disposto ed espletato accertamento di polizia tributaria sulla situazione economica delle stesse parti, veniva fissata, infine, per la precisazione delle conclusioni l'udienza del (omissis).

Le parti ve le precisavano come in epigrafe richiamato e la causa veniva rimessa al Collegio per la decisione, con concessione dei termini di rito per comparse e memorie.

5. Quanto al vincolo, va ribadito che è provato il titolo addotto a sostegno della relativa domanda e cioè la separazione protrattasi ininterrottamente fin dal momento in cui i coniugi comparvero davanti al Presidente del Tribunale e furono autorizzati a vivere separatamente: ciò nel procedimento di separazione personale conclusosi con la omologazione del (omissis). Ricorrono, quindi e come già riconosciuto con la suddetta sentenza non definitiva, le condizioni di cui all'art. 3, n.2, lett. B), legge 1 dicembre 1970, n. 898 (così come modificato dall'art. 4, legge 6 marzo 1987, n.74) per la pronuncia dello scioglimento del matrimonio, risultando accertata la impossibilità di ricostruzione della vita comune e, d'altra parte, attese le risultanze degli atti di causa, si deve ritenere che la comunione spirituale e materiale fra i coniugi è definitiva mente venuta meno e non può più ricostituirsi.

6. Detto questo e passando alla questione economica, si è evidenziata la condizione di tal natura convenuta dalle parti in sede di separazione consensuale e la diversa condizione sopravvenuta con ordinanza collegiale: poi mantenuta dal giudice istruttore in sede di rigetto della istanza di revoca proposta dall'attore. E' noto che in riferimento alla natura dell'assegno divorzile sono sorti e si sono sviluppati in giurisprudenza ed in dottrina diversi orientamenti. In particolare i diversi orientamenti - il primo fondato sul criterio assistenziale, basato sulle condizioni economiche dei coniugi, il secondo sul criterio risarcitorio, imperniato sullo squilibrio economico derivante dal divorzio a danno del coniuge più debole e quindi sull'esigenza di ristabilire l'equilibrio patrimoniale, e quello compensativo, fondato sul contributo personale ed economico dato da ciascuno dei coniugi alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di entrambi - venuti in essere alla luce dell'originaria formulazione dell'art. 5, 4° comma della legge 1° dicembre 1970, n. 898, che lo aveva introdotto, avevano trovato nella giurisprudenza assolutamente prevalente una sintesi, riconoscendosi all'assegno natura composita: cioè occorreva tener conto di tutti e tre i criteri, anche se occorrendo, alla luce dell'atteggiarsi della singola, concreta fattispecie, poteva anche darsi risalto ad uno soltanto degli stessi criteri. La disputa, peraltro, ha ripreso poi vigore con la sostituzione del citato 4° comma dell'art. 5 della legge 10 dicembre 1970, n. 898 con quattro nuovi commi da parte della legge 6 marzo 1987, n. 74. Anche qui, tuttavia la giurisprudenza dominante (cfr. Cass. Civile, dapprima a Sezioni Semplici: sez. I, 17.03.1989, n. 1322 e sez. I, 04.04.1990, n. 2799, e successivamente a Sezioni Unite: 29.11.1990, n. 11489, 29.11.1990, n.11490, 29.11.1990, n. 11491 e 29.11.1990 n. 11492) ha affermato la prevalente natura assistenziale dell'assegno, intesa come dovere di solidarietà post-coniugale ovvero come dovere giuridico di aiutare economicamente l'ex coniuge. Non ne restano, dunque, del tutto esclusi gli altri due (risarcitorio e compensativo) criteri, da considerarsi peraltro soltanto integrativi per la determinazione dell'assegno e potendo trovare applicazione se ed in quanto il coniuge sia in una posizione economica di inferiorità, che impone l'aiuto dell'altro coniuge. In mancanza di tale presupposto la domanda non può che essere rigettata. Tutto ciò anche in considerazione della innegabile diversità degli istituti della separazione personale e del divorzio, per la quale non può giungersi ad una completa equiparazione dei due assegni, che hanno diversi fondamenti, diversi criteri di determinazione e diversa regolamentazione.

7. Altra questione che si pone nella presente controversia è la rilevanza, agli effetti di quanto qui si discute, della durata del matrimonio. E' pacifico in giurisprudenza (cfr., in ultimo, Cass. Civ., sez. I, 22.03.2013, n. 7295) che essa costituisce di regola una circostanza che influisce sulla determinazione dell'ammontare dell'assegno e non già sul suo riconoscimento, salvo casi eccezionali. Orbene, nella specie tale durata non può non definirsi estremamente limitata (per non dire irrisoria) se è vero, come è vero che le parti contraevano il matrimonio il 30.10.2003 e comparvero davanti al Presidente (venendo autorizzati a vivere separati) il 19.05.2004, vale a dire poco meno di sette mesi dopo. Se così è, comunque l'ammontare dell'assegno dovrebbe essere equamente commisurato alle caratteristiche di tale durata.

8. In ultimo, è stato introdotto nella specie anche il tema della rilevanza delle unioni civili, libere o di fatto che dir si vogliano, prospettando dei presunti periodi di convivenza onte matrimonio tra le parti ed introducendo al riguardo prove orali: che comunque non denoterebbero una convivenza particolarmente continua ed ininterrotta e particolarmente duratura.

9. A) Ma nella specie non è questo che rileva.

B) La possibilità di formare convivenze familiari alternative a quella coniugale e di dare adeguata tutela giuridica alle unioni libere o civili o di fatto è oggetto di serrato e non sempre pertinente dibattito, posto che da qualche decennio si sono diffusi diversi modelli familiari che si discostano in modo più o meno significativo da quello tradizionale di famiglia fondata su matrimonio e che, a ben vedere, non sempre (per non dire spesso) sono formati da persone che non intendono essere disciplinate giuridicamente. Di qui anche l'espressione di "unione libera”. Particolare rilievo ha al riguardo la convivenza more uxorio, che ricalca i tratti essenziali di una relazione fondata sul matrimonio ma è priva di una qualsiasi formalizzazione del rapporto di coppia ed è pertanto sorretta soltanto dalla spontaneità dei comportamenti dei conviventi. Dunque non a caso tale realtà, pur affermandosi in misura crescente, rimane ancora priva di una disciplina giuridica organica essendo espressione di un diritto di libertà, sulla cui valenza nell'ordinamento giuridico italiano ed europeo non occorre spendere parole: ancorché norme eterogenee vi ricolleghino specifici effetti giuridici, per lo più diretti a tutelare interessi di altra (e più spesso di maggior grado) natura. Ad esempio, l'art. 4, comma 2, della legge 8 febbraio 2006, n. 54, che prevede l'applicazione delle regole concernenti l'affidamento dei figli di genitori coniugati a quelli di conviventi; prima ancora, l'art. 317 bis, comma 2, del codice civile, che attribuisce l'esercizio della potestà sul figlio naturale ad entrambi i genitori che lo abbiano riconosciuto, se conviventi, ed alle disposizioni in materia di violenza familiare di cui agli artt. 342 bis e ter del codice civile, che consentono al giudice l'allontanamento dalla casa familiare del coniuge o anche del convivente responsabile di determinati atti. Del resto va ricordato che l'articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 (dapprima confluita nel progetto di Costituzione Europea ed ora recepita dal Trattato di Lisbona, acquistando lo stesso valore giuridico ed efficacia dei trattati), ha testualmente previsto che "il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio".

C) Sicuramente, in tema, il percorso dell'ordinamento italiano è stato considerevole e la stessa terminologia utilizzata nel corso del tempo si è modificata, in sintonia con i mutamenti del costume e con gli atteggiamenti dei giuristi. Il termine concubinato, che riguardava la fattispecie, aveva una valenza negativa ed era indice di una pregiudiziale chiusura non solo dell'ordinamento giuridico, ma anche e prima di tutto sociale, in quanto l'unica organizzazione familiare ritenuta degna di tutela era quella legittima fondata sul matrimonio indissolubile. Grazie soprattutto all'intervento della Corte Costituzionale - che dichiarò l'illegittimità costituzionale del reato di concubinato (art. 560 c.p.) – ed alla riforma del diritto di famiglia che ha parificato la condizione dei figli naturali a quella dei figli legittimi, rendendo così la scelta tra matrimonio e convivenza non più condizionata dall'esigenza di assicurare ai figli uno status più favorevole, l'ordinamento ha superato antichi veti e pregiudizi ed ha riconosciuto dignità ad un principio e diritto di libertà. Al termine concubinato si è preferito allora quello di convivenza more uxorio, espressione neutra, ad un tempo priva di disvalore e capace di attitudine identificativa di un'autonoma formazione sociale, caratterizzata sicuramente da una - quanto meno e giova ribadirlo - maggiore libertà. Simmetricamente, l'art. 29 della Costituzione, che "riconosce i diritti della famiglia, come società naturale fondata sul matrimonio", è stato letto non tanto e non solo quale norma che sancisce un principio di esclusività della famiglia legittima, ma quale semplice indice del favor matrimoniidel Costituente. Ugualmente, si è ritenuto che anche l'art. 31 Cost., il quale garantisce la formazione della famiglia e l'adempimento delle funzioni genitoriali senza alcuna distinzione tra famiglia legittima e altri modelli familiari, possa riferirsi anche alla famiglia di fatto. Insostanza, si distingue la famiglia di fatto dalla famiglia fondata sul matrimonio dalla costituzione di quest'ultima attraverso un atto formale, mentre la prima sorge spontaneamente in assenza di qualsiasi formalizzazione pubblica. Inaltro aspetto, si valorizza in qualche misura l'affectio quale elemento di caratterizzazione anche della convivenza, purché si tratti di una "convivenza caratterizzata da inequivocità, serenità e stabilità".

D) Detto questo e passando alla formulazione normativa europea, questa sembra piuttosto riguardare - ed è da qui che è nato e si è prevalentemente poi sviluppato il dibattito - la costituzione della pari dignità d'ogni forma di convivenza,in particolare relativamente alla possibilità di riconoscere tutela giuridica alle relazioni di convivenza instaurate tra persone dello stesso sesso. Il presupposto di tale possibile tutela è duplice: la considerazione che tra persone dello stesso sesso possa sorgere quella comunione di vita, basata sull'esistenza di un rapporto affettivo di assistenzae solidarietà, della stessa natura di quello tra persone di sesso opposto, ed il rilievo che la mancata tutela potrebbe tradursi in un'illegittima discriminazione fondata sull'orientamento sessuale, oggi vietata dall'art. 21 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea. Gli stessi motivi hanno spinto legislatori di vari paesi europei (oltre che alcuni stati degli Stati Uniti d'America e stati del Canada e dell'Australia) a riconoscere la validità di un "matrimonio" tra persone dello stesso sesso. Nell'ordinamento italiano di recente la Corte Costituzionale è stata investita della legittimità costituzionale di norme codicistiche che non consentono il matrimonio tra persone dello stesso sesso. La Corte, pur riconoscendo che l'unione tra persone dello stesso sesso può assumere rilevanza giuridica, ha ritenuto che la questione fosse inammissibile, in quanto riservata alle scelte discrezionali del legislatore: aggiungendo che lo stesso legislatore ha preferito legittimamente,come ha confermato il giudice delle leggi - rimanere "inerte". S'è visto, del resto, che tale decisione - che permane malgrado le indubbie e spesso settoriali pressioni - è conforme alla previsione dell'ordinamento europeo. Dal canto suo, la Corte di Cassazione (cfr., in particolare, Cass. Civ., sez. I, 15 marzo 2012, n. 4184) ha fornito indicazioni considerevoli, in primo luogo richiamando la decisione della Consulta che ha chiarito come i concetti di matrimonio e famiglia non si possano ritenere cristallizzati con riferimento all'epoca in cui la Costituzione entrò in vigore, ma vadano interpretati tenendo conto dell'evoluzione della società e dei costumi: ciò non significa, tuttavia, che vi si possa ricomprendere fenomeni all'epoca non conosciuti dal Costituente, quali il matrimonio tra persone dello stesso sesso, fermo restando che in base all'art. 2 i componenti della coppia omosessuale hanno diritto di chiedere tutela con riferimento a specifiche situazioni. In secondo luogo - e richiamando la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU) 24 giugno 2010 che ha affermato: 1) la sussistenza del diritto al matrimonio tra persone dello stesso sesso, salvo il diritto degli Stati nazionali di non ammetterlo; 2) che la convivenza tra persone omosessuali rientra nella nozione di vita familiare – ha affermato che i componenti della coppia omosessuale, conviventi in stabile relazione di fatto, secondo la legislazione italiana non possono far valere né il diritto a contrarre matrimonio, né il diritto alla trascrizione del matrimonio contratto all'estero. Tuttavia - a prescindere dall'intervento del legislatore in materia - quali titolari del diritto alla "vita familiare" e nell'esercizio del diritto inviolabile di vivere liberamente una condizione di coppia (e del diritto alla tutela giurisdizionale di specifiche situazioni, correlate in particolare alla tutela di altri diritti fondamentali) possono adire i giudici comuni per far valere il diritto ad un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata: se del caso chiedendo, con non manifesta infondatezza, tramite il giudice ordinario il vaglio del giudice delle leggi.

10. Se così è ed a maggior ragione - trattandosi nella specie di una ex coppia "etero" - nessun rilievo potrebbe alla luce della legislazione vigente (sulla cui conformità all'ordinamento europeo ed alla Costituzione nazionale si è sopra detto e giova ribadirlo) comunque qui darsi ad una presunta (e neppure del tutto dimostrata) apprezzabile convivenza tra le parti: ed opinare diversamente non sarebbe altro che (fatto nell'attuale momento storico da più parti deprecato) una "invasione di campo" della funzione giudiziaria in altra funzione di rilievo costituzionale dello Stato.

11. Quanto al merito, non infondatamente nella specie l'attore chiede di sentir dichiarare di non essere più tenuto a corrispondere alla convenuta, sua ex moglie, alcuna somma a titolo di assegno divorzile. L'assegno le fu riconosciuto dal Collegio (e dunque la relativa, summenzionata ordinanza va in parte qua revocata) dopo che, come s'è visto, le parti si erano reciprocamente riconosciute, in sede di separazione consensuale, provviste di redditi e beni che le rendevano ciascuna economicamente e paritariamente autosufficiente, in quanto la convenuta aveva lasciato il lavoro dipendente che espletava, iniziando a percepire un trattamento (inferiore) pensionistico. Dalle risultanze dell'esaustivo accertamento della Polizia Tributaria risulta che anche l'attore percepisce ora un trattamento pensionistico. Per di più, dallo stesso accertamento emerge che la (omissis) ha partecipazione societarie in varie società operanti in vari settori del mercato, cioè immobiliari e di trasporti terrestri e viaggi; ha proprietà immobiliari; come pure si è accennato percepisce una pensione e inoltre, non è sprovvista di risparmi di un certo rilievo. Non le è molto da meno il (omissis): ma sicuramente non è in una situazione economicamente sperequata in melius e comunque manca prova adeguata che lo sia.

12. In definitiva, permane un generale contesto di cospicuo benessere di entrambi gli ex coniugi e, se mai, sperequazione (con molti forse) potrebbe intravedersi a sfavore dell'attore, se è vero come è vero che la convenuta ha potuto "regalare" ed ha già regalato ai due figli 300.000,00 €.

La presente sentenza è provvisoriamente esecutiva tra le parti, di modo che l'obbligo dell'attore - che trova fonte nella summenzionata ordinanza collegiale - deve cessare con il prossimo mese di dicembre 2013.

Sussistono buoni motivi - la natura, le concrete modalità di svolgimento della lite e le questioni trattate - per la integrale compensazione delle spese di causa tra le parti.

P.Q.M.

Il Tribunale di Grosseto, in composizione collegiale definitivamente pronunciando, disattesa ogni contraria domanda, istanza, eccezione e deduzione, così provvede:

  • ribadisce la dichiarazione di scioglimento del matrimonio contratto con rito civile il (omissis) in Follonica (GR) tra (omissis).
  • dichiara che l'attore (omissis) non è tenuto a corrispondere alcun assegno divorzile in favore della convenuta (omissis) e, di conseguenza, che a partire dal prossimo mese di dicembre 2013 non è più tenuto a corrispondere alla medesima alcun contributo di mantenimento, in particolare quello stabilito con l'ordinanza collegiale del (omissis), che in parte qua revoca;
  • ordina la trasmissione della presente sentenza in copia autentica all'Ufficiale dello Stato Civile del Comune di Follonica (GR) per la trascrizione e le incombenze di rito (Registro degli Atti di Matrimonio (omissis));
  • spese compensate;
  • provvisoria esecuzione.

Cosìdeciso nella Cameradi Consiglio del 4 novembre 2013.

IL PRESIDENTE ESTENSORE
Dott. Michele Addimandi

Argomenti correlati: