Sentenza ex art. 281 sexies cpc e decorrenza del termine lungo d'impugnazione

Una recente sentenza della Corte d’Appello di Firenze (Sent. n. 836 del 25 maggio 2013) torna ad affrontare la questione della decorrenza del termine lungo d’impugnazione avverso le decisioni pronunciate ai sensi dell'art. 281 sexies cpc allorché il giudice, in udienza, abbia dato lettura del solo dispositivo formando e depositando la motivazione in data successiva.

Nel caso all’esame della Corte il Giudice di prime cure – fatte precisare alle parti le rispettive conclusioni – disponeva che la causa fosse decisa ai sensi dell’art. 281 sexies cpc rinviando la causa ad altra udienza “… per la decisione e lettura del dispositivo”.

A quell’udienza il Giudice dava lettura del solo dispositivo. Si legge testualmente: “IL GIUDICE, legge il dispositivo". Segue la firma.

La sentenza completa della parte motiva veniva depositata dal Giudice a distanza di cinque mesi nelle forme di cui all’art. 133 cpc e l’attore – in difetto di notifica della stessa ai fini del passaggio in giudicato – l’appellava nei termini di cui all’art. 327 cpc considerando come data di deposito quella comunicata dalla cancelleria. Il Giudice, di fatto, all’udienza di discussione aveva deciso la causa "riservandosi" il deposito dei motivi, deposito avvenuto a distanza di mesi nelle forme “ordinarie” di cui all’art. 133 cpc.

La Corte d’Appello di Firenze ha ritenuto che la lettura in udienza del solo dispositivo - costituendo atto di natura volitiva e decisoria, in applicazione del principio di cui all’art. 1367 c.c. - è atto esistente ed ha natura di sentenza. La conseguenza è che la mancanza della “concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione” non farebbe venir meno il valore di sentenza dell’atto che il Giudice ebbe a compiere: “l’atto possedeva, infatti, l’elemento fondamentale che contraddistingue la sentenza quale atto tipico e ne consente il passaggio in giudicato, ossia il carattere della decisorietà; la mancanza della motivazione costituisce un vizio che, come è noto, non impedisce il passaggio in giudicato e che deve, quindi, essere fatto valere con i mezzi di impugnazione previsti dall’ordinamento nei termini di legge, non essendo possibile, per tale tipo di vizio, la querela nullitatis; la successiva ‘sentenza’, emessa dallo stesso giudice, deve, pertanto, aversi per inesistente, essendo stata emessa da organo non più titolare, in relazione a quella controversia, della potestas judicandi per il già avvenuto esercizio di essa con atto definitivo della controversia e irrevocabile dallo stesso Giudice che l’aveva emesso …”.

Ritiene dunque la Corte Fiorentina, aderendo ad un proprio precedente (v. Sent. n. 764/2009, difforme però da altre pronunce della stessa Corte territoriale come ad esempio Sent. n. 132/2009 e Sent. n. 1175/2011), che l’appello debba ritenersi tardivo dovendosi computare il termine “lungo” d’impugnazione dall’udienza di discussione (allorché il giudice dette lettura del dispositivo) e non dalla data di deposito della successiva ‘sentenza’ (trascorsi cinque mesi) essendo quest’ultimo atto – a parere della Corte – inesistente per le ragioni prima dette.

La motivazione della Corte d’Appello appare logica ma, a parere di chi scrive, fondata su presupposti errati: non si tratta di stabilire la natura dell’atto compiuto dal Giudice all’udienza di discussione orale della causa ma, piuttosto, se quell’atto fosse idoneo a far ritenere pubblicata la sentenza – a mente il disposto del secondo comma dell’art. 281 sexies cpc – viziata o non viziata che fosse.

Si parta dal codice di rito.

L’art. 327 cpc disciplina il c.d. “termine lungo d’impugnazione” che, come noto, decorre “… dalla pubblicazione della sentenza”.

Ai sensi dell’art. 133 cpc “la sentenza è resa pubblica mediante deposito nella cancelleria del giudice che l'ha pronunciata. Il cancelliere dà atto del deposito in calce alla sentenza e vi appone la data e la firma, ed entro cinque giorni, mediante biglietto contenente il dispositivo, ne dà notizia alle parti che si sono costituite …”.

Sotto questo profilo l’art. 281 sexies cpc rappresenta una deroga (ex multis Cass. civ. Sez. I, Sent., 28-05-2009, n. 12515) alla disciplina generale dell’art. 133 cpc: “Se non dispone a norma dell'articolo 281-quinquies… (indicando, dunque, che ove non si applichi o non sia applicabile la disposizione in commento la norma di riferimento è l’art. 281-quinquies)… il giudice, fatte precisare le conclusioni, può ordinare la discussione orale della causa nella stessa udienza o, su istanza di parte, in un'udienza successiva e pronunciare sentenza al termine della discussione, dando lettura del dispositivo e della concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione. In tal caso, la sentenza si intende pubblicata con la sottoscrizione da parte del giudice del verbale che la contiene ed è immediatamente depositata in cancelleria ...”.

In altre parole affinchè la sentenza possa intendersi pubblicata con ogni effetto conseguente in ordine al termine per impugnarla, è indispensabile ed espressamente richiesto dalla norma stessa che il giudice dia lettura in udienza del dispositivo e della motivazione contestualmente. Ove ciò non avvenga, come nel caso di specie, la sentenza non può ritenersi pubblicata perché l’art. 281 sexies cpc – che si pone in rapporto di specialità con gli artt. 133 e 281-quinquies cpc – consente di ritenere pubblicata la sentenza solo con la sottoscrizione da parte del giudice del verbale che contiene dispositivo e concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione. Mancando la motivazione il secondo comma dell’art. 281 sexies cpc non esplica alcun effetto con la conseguenza che il cancelliere non è esonerato dall'osservanza delle attività comunicatorie ex art. 133 cod. proc. civ. ed il termine per l’imugnazione decorre dal deposito-pubblicazione.

Questa impostazione, a parere di chi scrive, trova conforto nella giurisprudenza di legittimità:

Cass. civ. Sez. lavoro, Ord., 13-04-2010, n. 8812: “… rileva preliminarmente il Collegio la tempestività del presente ricorso, dovendosi escludere che il termine dei trenta giorni stabiliti dall'art. 47 cod. proc. civ., comma 2, decorra dalla pronuncia resa ai sensi dell'art. 281 sexiesc.p.c., dopo la discussione orale della causa, in quanto non è stato dato atto, nel verbale di causa, della lettura in udienza della pronuncia, con le ragioni di fatto e di diritto e con il dispositivo, così come richiede la giurisprudenza di questa Corte (v. sentenza del 6 settembre 2007 n. 18743); nè l'osservanza di tale adempimento, ai fini della contestuale pubblicazione della sentenza, può essere desunto dalla frase riportata in sentenza "All'odierna udienza, dopo la discussione, la causa veniva decisa con motivazione contestuale", poichè non vi è menzione della lettura della decisione …”.

Cass. civ. Sez. II, Ord., 29-12-2008, n. 30409: “… Il ricorso è inammissibile. Il verbale, che non è stato raggiunto da querela di falso, attesta che si è proceduto alla discussione della causa e prosegue: "Legge la sentenza all'udienza ex art. 281 sexies cpc"; subito dopo vi è la sottoscrizione del giudice. E' quindi inequivocabile - e non contestato con l'unico mezzo idoneo a contrastare i fatti risultanti da un atto pubblico - che furono eseguite le incombenze previste dall'art. 281 sexies cpc, il quale prevede la lettura del dispositivo e della motivazione della sentenza e la sottoscrizione del verbale che la contiene, immediatamente depositata in cancelleria. Lettura e coevo deposito in cancelleria risultano anche dall'ultimo foglio della sentenza, ove in fondo al testo si legge che all'esito di discussione orale ex art. 281 cpc, comma 6, è stata "data lettura della sentenza in udienza". Seguono la firma per esteso del giudice e il timbro di cancelleria con la data del deposito (sempre il 7 dicembre) e la firma del cancelliere. (…) Il mancato esonero per il cancelliere dall'osservanza delle attività comunicatorie ex art. 133 cod. proc. civ., con il conseguente differimento del termine per impugnare, si può avere solo se non sia stata data lettura in udienza di motivazione e dispositivo e di tale lettura sia stata omessa l'attestazione nel verbale di causa (Cass 18743/07; Cass. 17028/08; Cass. 17665/04). Nel caso di specie non è stato neppure prospettato che il giudice abbia omesso di dare lettura dell'intera sentenza, come attestato per due volte in atti; il deposito è avvenuto, come detto, immediatamente a mani del cancelliere …”.

Cass. civ. Sez. I, Ord., 06-09-2007, n. 18743: “… giova quindi rilevare, con riguardo alla questione dalla quale il P.G. ha tratto argomento per la sua richiesta, che, alla stregua dell'indirizzo di questa Corte (Cass. 22409/06 - 4401/06 - 17665/04), la sentenza pronunziata a termini dell'art. 281 sexies cpc, può ritenersi pubblicata ai fini della decorrenza dei termini (non acceleratori) ad opponendum, e senza che assuma rilievo il successivo o contestuale "deposito” in cancelleria ed anzi in esonero dall'onere del cancelliere di provvedere alle comunicazioni di rito, le volte in cui la pronunzia, scritta a verbale od al verbale allegata, sia stata letta in udienza e di tal lettura (dispositivo e concisa motivazione) si dia atto nel verbale dal Giudice immediatamente sottoscritto. Ne discende che l'esonero dall'osservanza della prescrizione comunicatoria di cui all'art. 133 c.p.c., comma 2, (e la collocazione del dies a quo del termine impugnatorio) è correlato al rispetto del procedimento comunicatorio speciale di cui all'art. 281 sexies cpc, che vede la contestualità tra redazione-lettura della sentenza ed inserimento-pubblicazione nel verbale. Su tali premesse appare evidente che, raccogliendo le esatte osservazioni della società (omissis), non possa ritenersi nella specie avverata la condizione di esonero anzidetta e la conseguente deroga alla previsione di decorrenza del termine ad opponendum, non avendo il requirente P.G. rilevato in fatto la incompletezza della fattispecie procedimentale. Dal verbale dell'udienza 1.3.2006, infatti, emerge che il Giudicante, ritiratosi all'esito della discussione orale, fece ritorno indicando a verbale la sola attività di deposito della sentenza e non attestò che di essa aveva, come d'obbligo, data lettura (“il Giudice si ritira in Camera di consiglio e decide come da separata sentenza, che deposita"). Nè, di converso, tal lettura è desumibile dalla premessa della sentenza, là dove di essa si fa menzione non già come "fatto" realmente avvenuto bensì come condizione giuridica di esonero dall'obbligo di estendere la narrativa del provvedimento. Sintomatico, è di contro, che il cancelliere provvide a dare comunicazione ex art. 133 cpc, comma 2, in data 14.3.2006 della sentenza n. 541 pubblicata l'1.3.2006. Emerge dunque - come dato non surrogabile da indici od equivalenti - che il Giudice, nella sua veste di p.u. indicato dalla norma, non attestò la avvenuta lettura del provvedimento …”.

Cass. civ. Sez. II, Ord., 02-09-2004, n. 17665: “… deve ritenersi che il giudice in udienza abbia dato lettura del solo dispositivo e non anche "della concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione" come può desumersi dalla stessa struttura della sentenza impugnata che inizia (e non termina) con il dispositivo e che è stata dattiloscritta mentre il verbale di udienza è stato redatto a mano. Ne consegue che nel caso in esame, in assenza di comunicazione della sentenza che ha pronunciato solo sulla competenza, il termine di trenta giorni, fissato dal secondo comma dell'art. 47 c.p.c. per la proposizione del regolamento di competenza, deve farsi decorrere dalla data di notifica della detta sentenza (ossia dal 28/2/2003) in quanto solo in tale data la società ricorrente ha avuto formale conoscenza della motivazione della decisione impugnata ed è stata posta in condizione di conoscere integralmente il tenore della pronuncia e di predisporre le opportune difese: il regolamento di competenza deve infatti contenere le ragioni su cui si fonda, nonchè le censure mosse alla sentenza impugnata, per cui presuppone necessariamente la conoscenza della motivazione che può aversi solo dopo il deposito del provvedimento nella sua interezza …”.

Interessanti (perché relative a casi assolutamente identici dello stesso Tribunale di Grosseto) due decisioni della stessa Corte d’Appello di Firenze difformi dalla pronuncia in commento:

App. Firenze Sez. I, Sent. 1175 del 19-09-2011: “… preliminarmente va esaminata l'eccezione di tardività dell'appello. A tal fine occorre prima stabilire se il momento di deposito e pubblicazione della sentenza sia quello in cui il giudice ha letto in udienza e contestualmente depositato il solo dispositivo (avendo evidentemente dimenticato o trascurato che, ai sensi dell'art. 281sexies cpc, lettura e deposito del dispositivo dovevano accompagnarsi alla lettura e al deposito della motivazione) o quello di deposito della sentenza per esteso, ossia corredata della motivazione, così come sarebbe avvenuto se si fosse trattato di una causa di lavoro. Invero, per quanto raro possa apparire in giurisprudenza il caso, e pur potendosi condividere l'assunto (Cass. 20.10.2005 n. 20302) che la sentenza pronunciata ex art. 281 sexies cpc sia da considerare nulla se costituita dal solo dispositivo, la soluzione appare, a lume di logica, abbastanza semplice. Sostiene, con la sua eccezione, l'appellato che il termine per impugnare decorreva dalla data di lettura e deposito del dispositivo, e che quindi l'appellante avrebbe potuto e dovuto proporre il suo appello sin da quel momento; solo che non spiega quali motivi di appello si potrebbero mai dedurre contro una sentenza di cui non si conosce la motivazione. L'appello al buio, cioè con dispensa di motivazione, non esiste nel nostro sistema: esiste, semmai, l'appello con riserva dei motivi (art. 433 cpc), istituto tipico del rito del lavoro, valevole solo in presenza di un'esecuzione iniziata in base al solo dispositivo ed in attesa del deposito della motivazione. Va, inoltre, considerato, che il sistema non prevede impugnabilità del dispositivo, ma delle sentenze; né è dato assimilare il solo dispositivo alla sentenza, trattandosi di atti giudiziari formalmente e strutturalmente differenti. Peraltro, è fin troppo evidente che, per una svista, il giudice ha deciso la causa secondo il rito del lavoro, limitandosi a leggere e depositare in udienza il dispositivo e riservando ad altro momento la motivazione. E, restando nel rito del lavoro, il termine per impugnare non poteva che decorrere dalla comunicazione di deposito della motivazione. D'altronde, non è possibile affermare che il rito seguito sia invece quello dell'art. 281 sexies cpc, perché, ad onta di quanto due udienze prima lo stesso giudice aveva annunciato di voler fare, il predetto rito non è stato applicato, dato che l'art. 281 sexies non prevede la possibilità di pronunciare il solo dispositivo e riservare ad altro momento la motivazione della sentenza …”.

Corte d’Appello di Firenze, n. 1538/2011: “… C'è invece da dire che la sentenza (quella n. 807/08, in quanto quello letto all'udienza del 03/12/2007 è innegabilmente un semplice dispositivo) non può ritenersi nulla in quanto il procedimento nei fatti seguito dal primo giudice (conclusioni, discussione, lettura del dispositivo e successivo deposito di sentenza con motivazione) non è certamente estraneo al nostro ordinamento processuale (basti pensare al rito del lavoro, al rito locatizio, al rito di cui all' art. 23 della L. 689/81 ...). Il nostro ordinamento processuale ritiene tale sistema idoneo a definire una controversia civile nel pieno rispetto del contraddittorio e del principio di motivazione dei provvedimenti giurisdizionali di cui all' art. 111 Cost.. Accade solo che il procedimento seguito non sia previsto per controversie del tipo di quella in esame, ma ciò non può comportare nullità della sentenza in quanto questa non è certo mancante dei requisiti necessari per il raggiungimento dello scopo. Non a caso l' appellante (omissis) non ha potuto dedurre che per effetto di quanto accaduto siano stati lesi i suoi diritti di difesa o che la decisione sarebbe stata diversa ove fosse stato seguito l' art. 281 sexies cpc …”.

Per completezza. Quello che deve essere il contenuto della decisione si ricava coordinando la disposizione contenuta nell’art. 281 sexies cpc con le norme contenute nel Libro I relative al contenuto della sentenza: dunque, essa dovrà essere redatta seguendo i requisiti di forma-contenuto di cui all'art. 132, come riformato dalla L. 18.6.2009, n. 69. Proprio perché si trova inserita ed incardinata nel processo verbale d'udienza di cui costituisce tutt'uno, il giudice potrà perciò omettere di indicare nella sentenza tutti quegli elementi già desumibili dal verbale medesimo, elementi che sono, innanzitutto, il nome delle parti e dei loro difensori, come pure le conclusioni che saranno precisate prima della discussione, nonché il nome dell'ufficio giudiziario innanzi al quale si svolge il giudizio. Potrà anche omettere, per espressa previsione normativa, la stesura dello svolgimento del processo che risulterà in modo integrale dai verbali di causa, ma non potrà mai omettere quel minimo essenziale richiesto dalla coordinazione delle norme richiamate e quindi l'intestazione «Repubblica Italiana», la pronuncia «in nome del popolo italiano», il dispositivo con la motivazione seppur esposta in maniera concisa, la data e la sua sottoscrizione.

Si veda in proposito Cass. civ. Sez. II, 20-10-2005, n. 20302: “… la prima censura (il ricorrente denunziava la totale omissione della motivazione e violazioni di legge) è manifestamente fondata e comporta l'assorbimento delle altre, in relazione alle quali la pronunzia impugnata, proprio in ragione della mancanza di qualsiasi riferimento al themadecidendum e di qualsiasi argomentazione giustificativa del decisum, non consente alcun controllo. Nella probabile errata presunzione che la sentenza resa in udienza ex art. 281 sexies cpc lo esonerasse dal giustificare l'emessa pronunzia, il giudice a quo si è limitato, infatti, a redigere il dispositivo senza minimamente preoccuparsi d'esporre nè i fatti di causa nè le ragioni della decisione. La patente violazione dell'art. 132 cpc, comma secondo, nn. 3 e 4, determina la nullità dell'impugnata sentenza che va, dunque, cassata in relazione al motivo accolto e la causa, di conseguenza, va rimessa per nuovo esame ad altro giudice del merito, che s'indica in diverso magistrato dello stesso ufficio del G.D.P. di Cesena, cui è anche demandato, ex art. 385 cpc, di provvedere sulle spese del giudizio di legittimità. …”.

E’ pur vero che la questione della nullità o meno di una pronuncia resa con le modalità del caso in esame potrebbe condurre a pareri e conclusioni difformi ma, si ribadisce, per quanto qui interessa ai fini di valutare la tempestività dell’appello, non si tratta di stabilire la natura dell’atto compiuto dal Giudice all’udienza di discussione orale (discussione che in concreto non si è svolta per essersi le parti riportate ai rispettivi scritti difensivi ed essersi il giudice limitato a leggere il dispositivo già in precedenza predisposto) ma piuttosto se quell’atto fosse idoneo a far ritenere pubblicata la sentenza – a mente il disposto del secondo comma dell’art. 281 sexies cpc – viziata o non viziata che fosse.

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