Collaborazione professionale e responsabilità solidale.

Nell’ambito di una collaborazione professionale fra due medici-dentisti la prestazione costituisce, nel suo insieme, frutto congiunto dell’opera tecnico/professionale diretta sulla persona del paziente, verso il quale l’uno e l’altro professionista sono solidalmente responsabili del colpevole insuccesso dell’opera medesima, e senza che, dal punto di vista del danneggiato, rilevi una esatta demarcazione della ripartizione interna dei rispettivi ruoli.

Questo il principio ribadito dalla Corte d’Appello di Firenze con la sentenza n. 231/2012 del 1 febbraio 2012.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Corte di Appello di Firenze

Sezione seconda civile

La Corte, composta dai magistrati:

Dott. Paolo Occhipinti             Presidente relatore

Dott. Elisabetta Materi             Consigliere

Dott. Nicola Dinisi                               Consigliere

Riunita in camera di consiglio, ha emesso la seguente

SENTENZA

Nella causa civile di secondo grado n. 1263/04 vertente

Fra

(omissis), in qualità di erede del dott. (omissis), rappresentata e difesa dall’avv. (omissis) ed elettivamente domiciliata presso l’avv. (omissis), in Firenze, via Giambattista Vico 22, come da mandato a margine dell’atto di appello

APPELLANTE

E

(omissis), rappresentato e difeso dall’avv. Giovanni De Stasio e domiciliata nello studio del medesimo, in Follonica, Lungomare Carducci 29, come da mandato a margine dell’atto di citazione di primo grado

APPELLATO

E

(omissis) dott. (omissis), contumace

APPELLATO

avente ad oggetto: Contratti ed obbligazioni, Contratto d’opera. Responsabilità professionale..

Conclusioni delle parti:

Per l’appellante: In riforma della impugnata sentenza, accertare la carenza di legittimazione del dott. (omissis) e respingere la domanda in quanto infondata in fatto e in diritto e comunque non provata.

Per il (omissis): Respingere l’appello.

Fatto e diritto

Con sentenza dell’8.3.2004 il Tribunale di Grosseto ha condannato, in solido fra loro, il dott. (omissis) e il dott. (omissis), dentisti, a pagare a (omissis) la somma di euro 120.000,00, a titolo di risarcimento dei danni arrecatigli per colpa professionale, danno consistito in un’ irrimediabile compromissione delle arcate dentarie, a seguito d’interventi terapeutici inappropriati, frutto di negligenza ed imperizia.

Avverso tale sentenza ha proposto appello solamente (omissis), moglie ed erede del dott. (omissis). Resiste al gravame il (omissis), mentre il dott. (omissis) è rimasto contumace, come già in primo grado.

Ciò premesso, ritiene la Corte che lo sforzo dell’appellante, mirante a concentrare sul dott. (omissis) la responsabilità del danno subito dal (omissis), non merita successo. Dal punto di vista del paziente, la responsabilità dei due professionisti è solidale ed estesa indistintamente al danno patito nella sua interezza, come dispone l’art. 2055 c.c.: lo studio, più che comune, è unico, come il relativo biglietto di presentazione lascia intendere; e i due professionisti operarono in collaborazione, anche se il dott. (omissis) fu chiamato ad intervenire dal suo collega dopo che quest’ultimo si rese conto di non avere in alcun modo risolto i problemi del paziente, se non pure di averli aggravati fino ad un punto tale, da compromettere definitivamente la situazione. Lo stesso biglietto di presentazione, prodotto dall’appellato, accomuna i due professionisti in un unico Studio Odontoiatrico Specialistico, in un modo tale da rendere attendibile la supposizione di una reciproca collaborazione.

E che, di fatto, si sia trattato proprio di collaborazione, anche dopo che, risultati vani gl’interventi del dott. (omissis), intervenne pure il dott. (omissis), risulta dalla deposizione della teste (omissis), assistente, all’epoca dei fatti per cui è causa, dello studio dentistico (“Il dott. (omissis) operava nello stesso studio dentistico del dott. (omissis) e io lavoravo come assistente anche del dott. (omissis)”). Il dott. (omissis) ritenne necessario procedere ad interventi implantologici ed a tale scopo fece intervenire il dott. (omissis), non avendo egli la specializzazione necessaria. Gli interventi di implantologia furono effettuati dal dott. (omissis), ma, essendo questo saltuariamente presente nello studio, dato che normalmente lavorava altrove, gli sviluppi della terapia vennero seguiti dal dott. (omissis): “Intendo dire che il dott. (omissis) controllava costantemente il lavoro d’implantologia svolto da (omissis), sebbene non sia poi intervenuto concretamente per effettuare cure o altri interventi (…). Il sig. (omissis) si rivolgeva al dott. (omissis) quando (omissis) non era reperibile, perché a Roma. Intendo precisare (…) che il dott. (omissis) si limitava ad ascoltare il (omissis) quando questi riferiva di avere dei problemi con l’impianto eseguito dal dott. (omissis) e a telefonare a quest’ultimo per informarlo della circostanza. Si limitava a fare questo, che io sappia”. Il che significa che il dott. (omissis) continuava a prestare la sua collaborazione professionale, cioè tecnica, verso il dott. (omissis), anche riguardo agli esiti degl’interventi da quest’ultimo eseguiti: “Controllava costantemente” il risultato del lavoro del collega, e gliene riferiva a distanza, facendosi logicamente interprete delle necessità e delle lamentele del cliente. La deposizione smentisce seccamente l’assunto dell’appellante (pag. 5 dell’atto di appello) secondo cui, con l’affidamento del paziente al dott. (omissis) “l’opera del (omissis) si concludeva qui!” e che “da tale momento in poi il dott. (omissis) non visitava più il sig. (omissis) né interveniva più sullo stesso (tranne un’ipotesi eccezionale in cui il (omissis) mise del cemento nella protesi del (omissis) che si era staccata” (la quale protesi, per quanto è dato capire, dovrebbe addirittura essere quella fissa applicata dal dott. (omissis)!).

Perciò, anche se ignoriamo quali fossero, sul piano giuridico ed economico, i rapporti fra il dott. (omissis) e il dott. (omissis), non poteva esservi, per l’assistito, alcun ragionevole dubbio che i controlli, le visite, le informative che il dott. (omissis) raccoglieva e trasmetteva al collega, erano atti professionali compiuti per conto del collega, e in ogni caso rientranti in un rapporto di prestazione professionale resa in collaborazione. Se così non fosse stato, non si spiegherebbe né il controllo costante, da parte del dott. (omissis), del lavoro eseguito dal dott. (omissis), né perché il primo avrebbe dovuto rendersi latore verso il secondo – e, per essere latore, avrebbe dovuto rendersi innanzitutto interprete – delle problematiche rappresentante dal cliente, anziché invitare il cliente a contattare direttamente e personalmente il dott. (omissis). Vi è di più: l’affermazione della teste, per cui “il sig. (omissis) si rivolgeva al dott. (omissis) quando (omissis) non era reperibile, perché a Roma”, denota chiaramente l’esistenza, fra i due professionisti, di un rapporto di collaborazione sostitutiva del primo verso il secondo, seppure limitato ad una fase anamnestica e diagnostica, e non propriamente operativa, almeno nel senso implantologico.

La prestazione è, quindi, nel suo insieme, frutto congiunto di collaborazione tecnico/professionale diretta sulla persona del paziente, verso il quale l’uno e l’altro professionista sono solidalmente responsabili del colpevole insuccesso della loro opera, e senza che, dal punto di vista del danneggiato, rilevi una esatta demarcazione della ripartizione interna dei rispettivi ruoli. La quale, d’altronde, sarebbe, per il danneggiato, ben difficile da dimostrare, esponendolo ai rischi di un reciproco scarica-barile (si consenta l’espressione) su dettagli specifici e rimbalzi di responsabilità sui quali non ha oggettivamente modo d’interloquire. Così, ad esempio, l’assenza, rilevata dal c.t.u., di radiografie, di modelli di studio in gesso e di cartelle anamnestica, è un dato negativo comune alla prestazione di entrambi i professionisti, e non si può certo fare carico al paziente di dimostrare come simili incombenze fossero state regolate all’interno dello studio, se, cioè, ognuno dei due dentisti dovesse provvedere per conto proprio o gli bastasse fare affidamento nei dati fornitigli dall’altro. Va ulteriormente considerato, a sfavore del dott. (omissis), che i suoi reiterati tentativi di applicazione di protesi mobili, non solo non furono migliorativi, ma sicuramente peggiorativi, sia per il tempo vanamente trascorso, sia per gl’inevitabili interventi ablativi e di manomissione che l’applicazione delle numerose protesi comportava, così da potersi ragionevolmente supporre che il successivo intervento implantologico, oltre che sconsigliabile (è, questo, un addebito preciso che il consulente tecnico d’ufficio muove al dott. (omissis): “… si ravvisa nell’operato del dott. (omissis) una responsabilità dovuta ad imprudenza nell’aver proposto un intervento che ha determinato una situazione peggiorativa rispetto a quella che si sarebbe ottenuta adottando la terapia tradizionale”), fosse in qualche misura pregiudicato da quella precedente attività.

Ed ancora: poiché è provato, ed anzi ammesso, che anche dopo l’intervento non riuscito d’implantologia, il (omissis) continuò ad essere assistito dal dott. (omissis), quali rimedi quest’ultimo pose in essere o prescrisse al cliente, vedendo (perché non avrebbe potuto non vedere) l’esito infelice della terapia? Dopo due anni che lo assisteva, come giustificò l’essersi ridotti a quel punto? Come giustificò il calvario di dolori, infiammazioni, denti estratti, le mortificazioni nella vita di relazione, nel lavoro, in villeggiatura (v. deposizione (omissis)), con protesi che si staccavano d’un tratto? Gli disse mai che né lui né il (omissis) sapevano fare di più e che, piuttosto che continuare a frequentare quello studio, era consigliabile affidarsi a più alti livelli? Tutte domande ovvie, a cui l’appello non dà risposta.

In conclusione, l’appello va respinto.

Sull’importo complessivo del danno, così come liquidato dal primo giudice, non c’è contestazione.

Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte, definitivamente pronunciando, rigetta l’appello.

Condanna l’appellante al pagamento in favore del (omissis) delle spese di questo grado, che liquida come segue: euro 1.000,00 per diritti ed euro 2.800,00 per onorari, oltre spese generali, IVA e CAP secondo legge.

Così deciso in Firenze, il 1° febbraio 2012.

Il Presidente estensore

Dott. Paolo Occhipinti

Argomenti correlati:



Informazioni aggiuntive