Le vicende della transazione

Le vicende della transazione

Per dirimere i conflitti di interesse fra i soggetti il legislatore ha provveduto, da un lato, mediante l’attività giurisdizionale e, dall’altro, tramite il negozio giuridico. La distinzione fondamentale per le due categorie consiste nel fatto che nella prima la soluzione della controversia è rimessa agli organi giurisdizionali; nella seconda, invece, la composizione della lite è autogestita dalle parti medesime. Unico esempio di composizione bilaterale della lite è la transazione, che si può definire un regolamento di interessi, destinato a mutare sostanzialmente la precedente situazione, con cui le parti, facendosi reciproche concessioni, pongono fine ad una lite già incominciata o prevengono una lite che può sorgere. Insieme con la cessio bonorum forma la categoria dei contratti diretti a dirimere una controversia, con la differenza che, mentre la cessio bonorum mira ad evitare la procedura esecutiva, la transazione è un negozio in grado di produrre effetti analoghi a quelli della sentenza. Il codice definendo la transazione come il contratto con il quale le parti facendosi reciproche concessioni, “pongono fine ad una lite già incominciata o prevengono una lite che può sorgere fra loro”, inquadra l’istituto fra gli atti contrattuali ed elimina, perciò, ogni dubbio sulla possibilità di diverse configurazioni della fattispecie . In funzione della qualificazione data all’istituto, il legislatore del 1942 ha eliminato alcune norme relative rispettivamente ai limiti operativi della clausola penale, eventualmente prevista dai transigenti, e all’interpretazione dell’accordo transattivo. Ne deriva, pertanto, che la clausola penale può essere pattuita sia per il caso di ritardo sia per il caso di inadempimento definitivo, e che l’interpretazione dell’accordo transattivo deve compiersi utilizzando i criteri indicati negli articoli 1362 e seguenti del codice civile . In particolare, la questione relativa alla definizione della portata delle espressioni generali dei transigenti viene risolta attraverso la regola dell’art. 1364 c.c. ( Per quanto generali siano le espressioni usate nel contratto, questo non comprende che gli oggetti sui quali le parti si sono proposte di contrattare ), e, nel caso di espressioni suscettibili di diversa interpretazione, si dovrà ricorrere alla norma dell’art. 1369 ( Le espressioni che possono avere più devono, nel dubbio, essere intese nel senso più conveniente alla natura e all’oggetto del contratto ). È incerto in dottrina se la transazione debba quali-ficarsi come contratto oneroso o gratuito . La prima soluzione sembrerebbe, però, la più attendibile, dato che – come avremo modo di approfondire più avanti – la legge, prescrivendo per l’efficacia della transazione la necessità delle reciproche concessioni, pare escludere la possibilità che una transazione possa concludersi con la totale acquiescenza di una parte alle pretese dell’altra. In quanto contratto, la transazione è sottoposta, oltre che alle regole specifiche contenute negli articoli da 1965 a 1976, alle norme sui contratti in generale in quanto compatibili con la sua struttura e con la sua natura . Si è così ammessa l’apposizione di una condizione risolutiva al cui verificarsi viene subordinata la l’inefficacia dell’accordo transattivo. Si è inoltre stabilito che i transigenti possano affidare ad un terzo la determinazione delle reciproche prestazioni, in conformità con quanto è disposto nell’art. 1349 c.c..



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