Tribunale di Matera, 26.10.2011

In materia di sospensione di diritto dalla carica elettiva, il D.Lgs. n. 267/2000, Testo Unico sull'ordinamento degli enti locali ha fatto giustizia della precedente normativa che, in maniera poco equilibrata, poneva sullo stesso piano le sentenze di condanna definitive e le sentenze non definitive per talune tipologie di reati, attribuendo ad entrambe le fattispecie la grave sanzione della "incandidabilità" dei soggetti che ne erano stati destinatari. In effetti, in questa materia - nella quale vengono in contrapposto rilievo valori primari che l'ordinamento protegge in eguale misura, ovvero la fondamentale esigenza di salvaguardia della trasparente gestione degli enti locali e, per altro verso, il rispetto del principio di rango costituzionale della presunzione di non colpevolezza ex art. 27 Cost. - il legislatore del 2000 ha voluto differenziare situazioni non del tutto assimilabili tra loro, attenuando la precedente sanzione della incandidabilità per i soggetti condannati con sentenza non definitiva, tramutandola nella più lieve sanzione della sospensione predeterminata, destinata a cessare qualora venga poi emessa sentenza di non doversi procedere, di assoluzione o proscioglimento, ancorché con rinvio; ovvero, all'inverso, applicando la grave misura della decadenza di diritto dalla carica dalla data di passaggio in giudicato della sentenza di condanna. Tuttavia, la sospensione di diritto non può operare nell'ipotesi di cui alla lett. a) dell'art. 59, D.Lgs. n. 267/2000, in quanto, a differenza della ipotesi prevista alla lett. b), l'inciso "dopo la elezione o la nomina" non è stato inserito solo perché non ha in effetti alcuna ragione d'essere, poiché riferito ad una sospensione di diritto dalla carica elettiva, già evidentemente convalidata e formalmente attribuita, quindi successiva alla elezione, a guisa di un quid novi rispetto alla situazione soggettiva del soggetto candidato.



 

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