Corte d'Appello di Roma, Sez. IV, 19.10.2011

Al fine dell'usucapione, il possesso si deve esteriorizzare in un comportamento univocamente corrispondente all'esercizio della proprietà o di altro diritto reale, e, quindi, in una manifestazione del dominio esclusivo sulla res da parte dell'interessato attraverso un'attività durevole, apertamente contrastante ed inoppugnabilmente incompatibile con il possesso altrui. L'onere di provare l'esistenza di detti presupposti grava su chi invochi l'avvenuta usucapione del bene. Costui, oltre ad esercitare il potere di fatto sulla cosa, deve dimostrare di mantenere il possesso con animus possidendi, che non consiste nella mera convinzione di essere proprietario, bensì nell'intenzione di comportarsi come tale, esercitando corrispondenti facoltà, mentre la buona fede non è requisito del possesso utile ai fini dell'usucapione. Di conseguenza, la consapevolezza di possedere senza titolo, e il compimento di attività negoziali o di altra natura, finalizzate ad ottenere il trasferimento della proprietà del bene posseduto o la stabilità sul piano formale della situazione giuridica rispetto allo stesso, non esclude che il possesso sia utile ai fini dell'usucapione.



 

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