Corte d'Appello di Napoli, Sez. VI, 05.01.2012

L'articolo 192 c.p.p. introduce, nel sistema processualistico penale un'espressa gerarchia tra i diversi modelli di prova, assegnando una minore efficacia all'elemento indiziario rispetto alla prova diretta (anche detta rappresentativa o storica), tanto che l'esistenza di un fatto può ora essere desunta da indizi solo quando questi siano gravi, precisi e tra loro concordanti. Nell'ambito delle prove rappresentative, il legislatore ha poi voluto assegnare una particolare connotazione, ad esempio alla cd. "chiamata di correo", rispetto alla quale è stata fissata un'espressa regola di giudizio: le dichiarazioni accusatorie del coimputato o dell'imputato in procedimento connesso, pur essendo certamente qualificabili come prove dirette, devono necessariamente essere valutate unitamente agli altri elementi emersi nel corso del giudizio (cd. riscontri esterni). Nulla dice invece la norma sui criteri di valutazione applicabili alle altre prove dirette, che possono dunque essere liberamente apprezzate dal giudice. Dunque le dichiarazioni di chi si assume la responsabilità etica e giuridica dei propri enunciati possono essere disattese solo quando vi siano concreti segnali che suffraghino l'ipotesi di un mendacio del fatto reato, ma attiene ad un fatto diverso da quello oggetto di prova, al quale peraltro permette di risalire attraverso regole di inferenza logica, fondate prevalentemente su massime di esperienza. Quando la testimonianza della persona offesa attiene direttamente al thema probandum, è del tutto evidente che la deposizione resa non può essere considerata alla stregua di un elemento indiziario, se per esso deve intendersi, come è pacifico, ogni elemento che non consente di pervenire ad un giudizio immediato sulla sussistenza del fatto reato, ma attiene ad un fatto diverso da quello oggetto di prova, al quale peraltro permette di risalire attraverso regole di inferenza logica, fondate prevalentemente su massime di esperienza.



 

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