Corte d'Appello di Roma, Sez. I, 16.01.2012

Nel sistema della legge fallimentare il procedimento di verificazione dello stato passivo ha natura giurisdizionale e decisoria ed è strutturato sullo schema del processo di cognizione, sia pure con gli adattamenti imposti dal carattere sommario della cognizione e dell'attribuzione al giudice delegato di poteri inquisitori. Di detto procedimento l'eventuale giudizio di opposizione costituisce lo sviluppo in sede contenziosa. Sulla base di questa premessa si può affermare che il giudizio di opposizione allo stato passivo ha natura impugnatoria ed è retto dal principio dell'immutabilità della domanda il quale esclude che possano essere prese in considerazione questioni, non rilevabili d'ufficio, dedotte in detta fase per la prima volta dall'opponente. Da ciò consegue che, ai sensi dell'art. 93, primo comma della Legge Fallimentare (R.D. del 16.03.1942, n. 267), la domanda di insinuazione al passivo deve indicare non solo il titolo da cui il credito deriva, ma anche le ragioni delle prelazioni perché in prosieguo della procedura concorsuale, e segnatamente nel giudizio di opposizione allo stato passivo, non è consentito non solo far valere un credito diverso o di diverso ammontare rispetto a quello specificato con l'istanza di insinuazione, ma neanche addurre una diversa connotazione dello stesso credito. L'inosservanza del divieto di introdurre una domanda nuova nel giudizio di opposizione è rilevabile d'ufficio, poiché il divieto di proporre domande nuove in appello ha carattere assoluto, derivando dalla fondamentale esigenza di garantire il rispetto del doppio grado di giurisdizione, e non trova deroga nell'ipotesi di accettazione del contraddittorio da parte dell'avversario, valendo tale accettazione solo nell'ipotesi di domande nuove proposte in primo grado, dove il relativo divieto risponde alla diversa esigenza di tutela della regolarità del contraddittorio.



 

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