Corte d'Appello di Napoli, Sez. III, 20.10.2012

In tema di valutazione della prova testimoniale, le dichiarazioni rese dalla persona offesa, sottoposte ad un attento controllo di credibilità, possono essere assunte, anche da sole, come prova della responsabilità dell'imputato, senza che sia indispensabile l'individuazione di riscontri esterni. Tale principio vale anche quando la persona offesa sia un minore, nella specie vittima di reato sessuale, non potendo questi essere considerato un testimone "debole", anche se in tal caso si impone una particolare cautela. Invero, non esistono nel sistema processuale preclusioni o limiti generali alla capacità del minore di rendere testimonianza, né può negarsi la capacità di un bambino, anche piccolo, di rendere una testimonianza utile e precisa. Tuttavia la valutazione delle dichiarazioni del minore persona offesa di reati sessuali - proprio in considerazione delle assai complesse implicazioni che siffatta materia comporta (di ordine etico, culturale ed affettivo) e delle quali non è facile stabilire l'incidenza in concreto - presuppone un esame della sua credibilità in senso onnicomprensivo, dovendo tenersi conto a tale riguardo, dell'attitudine, in termini intellettivi ed affettivi, a testimoniare, della capacità a recepire le informazioni, ricordarle e raccordarle, delle condizioni emozionali che modulano i rapporti con il mondo esterno, della qualità e natura delle dinamiche familiari e dei processi di rielaborazione delle vicende vissute, con particolare attenzione a certe naturali e tendenziose affabulazioni.



 

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