Tribunale di Trento, 13.01.2012

La responsabilità contemplata nell'art. 2051 c.c. non risiede in un fatto imputabile dell'uomo, specificamente il custode, venuto meno al suo dovere di vigilanza e controllo perchè la cosa non produca danni a terzi, il comportamento del responsabile è estraneo alla fattispecie, desumendosi la connotazione oggettiva della responsabilità del custode, per la cui configurabilità è sufficiente che sussista il nesso causale tra la cosa in custodia e il danno arrecato, senza che rilevi la condotta del custode e l'osservanza o meno di un obbligo di vigilanza, in quanto la nozione di custodia nel caso rilevante non presuppone né implica uno specifico obbligo di custodire analogo a quello previsto per il depositario. Funzione della norma è quella di imputare la responsabilità a chi si trova in condizione di controllare i rischi inerenti alla cosa. Tale tipo di responsabilità è esclusa solo dal fortuito, fattore che attiene non già ad un comportamento del responsabile, bensì al profilo causale dell'evento, riconducibile non alla cosa che ne è fonte immediata, ma ad un elemento esterno recante i caratteri dell'imprevedibilità e dell'inevitabilità. La responsabilità per danni si fonda quindi sul mero rapporto di custodia, cioè sulla relazione intercorrente tra la cosa dannosa e colui il quale ha l'effettivo potere su di essa (proprietario, possessore o detentore che sia) e non sulla presunzione di colpa, restando estraneo alla fattispecie il comportamento tenuto dal custode, onde, perché sorga la responsabilità del custode occorre che il danno si sia prodotto nell'ambito del dinamismo connaturale del bene, o per l'insorgenza in esso di un processo dannoso, ancorché provocato da elementi esterni, e che la cosa, pur combinandosi con l'elemento esterno, costituisca la causa o la concausa del danno.



 

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