Tribunale di Trento, 02.04.2012

In tema di valutazione della prova e con specifico riguardo alla prova testimoniale il Giudice, pur essendo tenuto a valutare criticamente, verificandone l'attendibilità, il contenuto della testimonianza, non è però tenuto ad assumere come base del proprio ragionamento l'ipotesi che il teste dica scientemente il falso o si inganni su ciò che forma l'oggetto essenziale della propria deposizione, salvo che sussistano riconoscibili e specifici elementi atti a rendere fondato un sospetto di tal genere. Ciò significa che, in assenza di siffatti elementi, il giudice deve partire invece dal presupposto che il teste, fino a prova contraria, riferisca correttamente quanto a sua effettiva conoscenza, e deve perciò limitarsi a verificare se sussista o meno incompatibilità fra quello che il teste riporta come certamente vero, per diretta conoscenza, e quello che emerge da altre eventuali fonti probatorie di pari valenza. Detta incompatibilità, inoltre, deve essere ravvisata solo quando incida sull'elemento essenziale della deposizione, e non su elementi di contorno relativamente ai quali appaia ragionevolmente prospettabile l'ipotesi che il teste possa essere caduto in errore di percezione o di ricordo, senza per ciò perdere di obiettiva credibilità per ciò che attiene all'elemento centrale della narrazione. Deve inoltre osservrsi che nulla osta, in via di principio, a che la deposizione della persona offesa sia anche da sola assunta come fonte di prova, ove sottoposta ad indagine positiva sulla credibilità soggettiva ed oggettiva e non innestata in situazioni concrete che inducano a dubitare della attendibilità, tra l'altro neppure necessitando di riscontri esterni.



 

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