Tribunale di Perugia, 04.04.2012

La finalità di arrecare pregiudizio ai creditori e, contestualmente, procurarsi un ingiusto profitto, posta alla base della sottrazione, da parte dell'imprenditore poi fallito, delle scritture contabili societarie, suscettibile di integrare la fattispecie criminosa delineata dall'art. 216, comma primo, n. 2, R.D. n. 267 del 1942 (Legge fallimentare), ben può essere desunta dal dato afferente all'ammontare, non trascurabile, del passivo societario e dal mancato rinvenimento di beni presso le unità operative della società. La materialità del reato, nei termini suddetti, non può ritenersi esclusa dal fatto che gli ostacoli agli accertamenti degli organi fallimentari siano superabili con l'uso di particolare diligenza, in quanto sufficiente che, per effetto della condotta dell'agente, la ricostruzione della consistenza economico-patrimoniale dell'impresa sia resa impossibile anche se in maniera, astrattamente, non insormontabile.



 

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