Tribunale di Perugia, Sez. lavoro, 22.05.2012

Le garanzie previste dall'art. 7 St. Lav. (L. 20 maggio 1970, n. 300) trovano applicazione anche al rapporto di lavoro dirigenziale e senza distinzioni in ordine alle diverse tipologie di figure esistenti all'interno della categoria, con la conseguenza che il licenziamento disciplinare presuppone una preventiva contestazione degli addebiti e la concessione del termine a difesa, affinché l'atto di recesso, che non involge solo profili patrimoniali, ma tocca direttamente la persona del lavoratore, venga adottato nel rispetto del contraddittorio. Ne consegue l'applicazione a detta categoria di rapporti anche del canone dell'immediatezza che è proprio non solo della contestazione di addebito, ma, in radice, dell'intero procedimento disciplinare poiché, da un lato, soddisfa l'esigenza di proteggere il diritto di difesa dell'incolpato la cui difficoltà cresce in misura proporzionale al decorso del tempo (per la memoria degli episodi che svanisce, per la difficoltà di reperire documenti ecc.), e, dall'altro lato, è funzionale ad un esercizio delle prerogative "punitive" nel rispetto dei limiti imposti dalla buona fede e correttezza contrattuale e quindi dell'affidamento, anch'esso crescente con il passare del tempo, che il lavoratore matura in ordine alla determinazione datoriale di non considerare come illecita una determinata condotta. Con particolare riguardo a questo secondo profilo, non meno importante, ma solamente meno discusso, va osservato che, lungi dal trattarsi di "formalismi", l'atteggiamento con cui il datore di lavoro procrastina - oltre il tempo strettamente necessario ad accertare e valutare i fatti l'intrapresa del procedimento disciplinare lede il diritto di qualunque lavoratore, ivi compreso un dirigente, a non essere "ostaggio" di rilievi che il datore di lavoro si riservi di fare valere nei suoi confronti quando lo ritenga opportuno.



 

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