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ARGOMENTO: Il valore giuridico, in ambito civile, della sentenza penale susseguente al patteggiamento ex art. 444 cpp.

Il valore giuridico, in ambito civile, della sentenza penale susseguente al patteggiamento ex art. 444 cpp. 5 Anni 11 Mesi fa #96

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Fatto

Il sig. XXX è stato citato davanti al Tribunale di Grosseto per essere sentito condannare al pagamento in favore di parte attrice di un somma di denaro di cui lo stesso si sarebbe indebitamente appropriato nella sua qualità di amministratore di un condominio. Precedentemente e per gli stessi fatti, XXX aveva patteggiato la pena per il reato contestatogli di appropriazione indebita. La difesa di parte attrice adduce la sentenza di patteggiamento quale prova del fatto che il sig. XXX si sia effettivamente appropriato di dette somme; la difesa del sig. XXX sostiene invece come il patteggiamento non sia equiparabile ad una piena sentenza di condanna attenendo soltanto ad una mera strategia di opportunità difensiva.

Diritto

La questione non è di poco conto. E in effetti se la sentenza pronunciata ex art. 444 cpp fosse equiparabile in tutto e per tutto ad una piena sentenza di condanna, il giudice civile non potrebbe che considerarla, quanto meno, una sorta di “confessione” del sig. XXX sulle circostanze in fatto a lui contestate nel procedimento penale e adesso rilevanti nel procedimento civile. Ma tale conclusione non terrebbe conto del fatto che i riti deflattivi del dibattimento (patteggiamento e giudizio abbreviato) debbono sovente inquadrarsi in una logica processuale volta ad una strategia di mera opportunità difensiva senza che nel merito si giunga ad una qualsivoglia “verità”. Un primo orientamento dottrinale affermava un’equiparazione della sentenza di patteggiamento a quella di condanna, escludendo una difformità di natura tra decisione ex art. 444 e condanna in senso stretto, dal momento che anche il provvedimento conclusivo del rito alternativo è un decisum che applica e soprattutto irroga una sanzione penale. Altra dottrina, pur condividendo la presenza di un accertamento di responsabilità alla base del rito in esame, ne evidenzia il fondamento nel contenuto confessorio della richiesta di patteggiamento. Una posizione teorica del tutto lontana da quella precedente afferma invece che alcun accertamento di responsabilità possa esserci in un procedimento alternativo alla discussione e quindi al rito ordinario. Si tratterebbe di un rito che si conclude senza prove e senza processo e che si esaurisce in una condanna non supportata da attività di acquisizione probatoria ma limitata allo stato degli atti. Le sezioni penali della Corte di Cassazione si sono più volte occupate della questione dando luogo a tre diversi indirizzi, ricordati nella motivazione della sentenza delle Sezioni Unite in data 27 marzo 1992, ric. Di Benedetto (in Giust. pen. 1993 pag. 463), la quale ha enunciato i seguenti principi di diritto: "La sentenza pronunciata ai sensi dell'art. 444 c.p.p. non è una vera e propria sentenza di condanna, essendo a questa equiparata solo a determinati fini, e contiene un accertamento ed un'affermazione di responsabilità impliciti, sulla base delle convergenti richieste dell'imputato e del pubblico ministero sul merito dell'imputazione. Infatti, da un lato, l'imputato non nega la propria responsabilità ed esonera l'accusa dall'onere della prova, dall'altro il pubblico ministero riconosce il contributo arrecato dall'imputato medesimo alla sollecita definizione del caso. La concorde volontà delle parti è il presupposto del contenuto della sentenza e diviene oggetto di determinazione da parte del giudice. La particolare natura della sentenza in questione comporta che ad essa non possa applicarsi integralmente il modello di sentenza di cui all'art. 546 c.p.p.. Deve, pertanto, ritenersi che se, da un lato, non è sufficiente che il giudice si limiti a dare atto di conformarsi alle richieste delle parti, ma deve esporre concisamente i motivi su cui la decisione è fondata, dall'altro, egli non può essere tenuto ad indicare le prove poste a base della decisione, né, tanto meno, ad enunciare le ragioni per cui ritiene non attendibili le prove contrarie. In conclusione, la motivazione si esaurisce in una delibazione ad un tempo positiva (quanto alla sussistenza dell'accordo, alla sua correttezza, alla congruità della pena ed alla concedibilità della sospensione condizionale, ove richiesta) e negativa (quanto all'esclusione di cause di non punibilità, improcedibilità o estinzione del reato): le delibazioni positive devono essere sorrette da concisa esposizione dei relativi motivi di fatto e di diritto; mentre, per le delibazioni negative, è sufficiente la semplice enunciazione, anche implicita, di avere effettuato, con esito negativo, la verifica richiesta dalla legge (salvo che dagli atti risultino elementi concreti in senso contrario)". Tale tesi è pienamente condivisibile. Deve poi considerarsi la disposizione di cui all'ultima parte del primo comma dell'art. 445 c.p.p. citato, secondo cui "anche quando è pronunciata dopo la chiusura del dibattimento, la sentenza non ha efficacia nei giudizi civili o amministrativi". Quest'ultima statuizione normativa assume decisivo rilievo considerato altresì che la sentenza pronunciata ai sensi dell'art. 444 c.p.p. "non è una vera e propria sentenza di condanna", secondo i principi enunciati dalla citata pronuncia delle Sezioni Unite: invero, l'equiparazione tra essa e la vera sentenza di condanna è possibile soltanto a determinati fini (penali), ma non certo per inferirne, esclusa comunque l'autorità del giudicato, che possa influire in modo apprezzabile sulla definizione di un procedimento civile. Pertanto il giudice civile non potrà ritenersi in alcun modo vincolato dalla sentenza di patteggiamento dovendo quindi procedere alla regolare istruzione della causa.
Avv. Claudio De Stasio
Studio Legale De Stasio - Associazione Professionale
Via dell'Industria 1070 - 58022 Follonica
- www.studiodestasio.it

"Il diritto non è una scienza esatta, è solo questione di punti di vista..." (anonimo)
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