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ARGOMENTO: Gaslighting. La manipolazione mentale

Gaslighting. La manipolazione mentale 5 Anni 9 Mesi fa #260

  • Elita
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Il gaslighting è un comportamento che la persona abusante mette in atto per minare la fiducia che la vittima ripone in sé stessa, dei suoi giudizi di realtà, facendola sentire confusa fino a dubitare di stare impazzendo. Il nome dato a tale fenomeno risale ad un film del regista Georg Cukor, interpretato da Charles Boyer ed Ingrid Bergman dal titolo Gaslight (1944), tradotto in italiano con Angoscia. In tale film il marito abbassava ed alzava le luci a gas di casa facendo poi finta di niente e riuscendo così piano piano a far dubitare la moglie delle proprie capacità mentali, questo appunto attraverso la negazione dell’abbassamento o dell’innalzamento delle luci da lui stesso attuato per confonderne il giudizio, manovra continuata fino a rendere la vittima quasi del tutto convinta di non potersi più fidare delle proprie percezioni, di essere quindi diventata pazza, ossia fino al suo quasi totale annientamento come persona. Essendo lo strumento principe usato dal marito, per far dubitare la moglie delle sue capacità psichiche, la luce a gas (in inglese gas light) tale comportamento abusante e manipolante è stato chiamato tecnicamente in psicologia gaslighting e il suo attore gaslighter.
Più precisamente, è un’azione di manipolazione mentale con la quale il gaslighter mette in dubbio le reali percezioni dell’altra persona facendola sentire “sbagliata”. Solitamente questo tipo di comportamento si manifesta nelle relazioni coniugali. E’ difficile riconoscere questo tipo di violenza: è insidiosa, sottile, non se ne percepisce l’inizio, a volte è scusata dalla stessa vittima; non si tratta di un’ira, che almeno è subito identificabile e magari oggetto d’immediata risposta. E’ una violenza gratuita e persistente, presente quotidianamente, che ha la capacità di “annullare” la persona che ne è bersaglio. Si tratta di un vero e proprio lavaggio del cervello, che pone la vittima nella condizione di pensiero di “meritarsi quella punizione”. Il gaslighting è una forma di violenza che nasce anche all’interno di rapporti precedentemente costruiti sull’amore. È in ogni caso fuori discussione il fatto che il gaslighting va, già oggi con certezza, anche se non direttamente, a far parte dell’ambito della psicologia criminale, non direttamente in quanto non esiste un articolo del codice penale espressamente relativo al suo riconoscimento e alla sua punizione come reato specifico. Il gaslighting è indirettamente riconosciuto come reato, appartenente all’area criminologica. In passato la manipolazione della mente veniva presa in considerazione dall’art 613 c.p. successivamente abrogato, perché si riteneva che era un escamotage per incriminare le idee. L’eliminazione del suddetto articolo ha lasciato un enorme vuoto normativo sul tema. L’ex art. 613-bis recitava così: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque mediante tecniche di condizionamento della personalità o di suggestione praticate con mezzi materiali o psicologici, pone taluno in uno stato di soggezione continuativa tale da escludere o da limitare grandemente la libertà di autodeterminazione è punito con la reclusione da due a sei anni”. Oggi, invece, esso rientra negli articoli che riguardano i maltrattamenti in famiglia e sul lavoro anche a livello psicologico art. 571 c.p..
Sono classificabili tre tipi di manipolatore:
a)Il manipolatore affascinante. E’ probabilmente il più insidioso, attua la manipolazione in maniera strategia lusingando la vittima, alterna silenzi ostili a momenti d’alluvione d’amore. Si può solo immaginare l’atmosfera di disorientamento che pervade la vittima.
b)Il manipolatore bravo ragazzo, che sembra avere a cuore solo il bene della vittima ma in realtà antepone ad ogni altra cosa i propri bisogni
c)L’intimidatore. E’ il contrario dei manipolatori precedenti e, sicuramente, il più diretto. Non si preoccupa di nascondersi dietro false facciate. Utilizza il rimprovero continuo, il sarcasmo, l’aggressività diretta.
Lo scopo del comportamento di gaslighting, comune alle tre categorie di manipolatori, è ridurre la vittima a un totale livello di dipendenza fisica e psicologica, annullare la sua capacità di scelta e responsabilità. Il gaslighter fa credere alla vittima di stare vivendo in una realtà che non corrisponde alla realtà oggettiva, la fa sentire sbagliata, mina alla base ogni sua certezza e sicurezza, in sostanza agisce su di lei un vero e proprio lavaggio del cervello.
Il comportamento di gaslighting attraversa tre fasi fondamentali:
1.Incredulità: la vittima non crede a quello che sta accadendo nè a ciò che vorrebbe farle credere il suo “carnefice”
2.Difesa: la vittima inizia a difendersi con rabbia e a sostenere la sua posizione di persona sana e ben “piantata” nella realtà oggettiva
3.Depressione: la vittima si convince che il manipolatore ha ragione, getta le armi, si rassegna, diventa insicura e estremamente vulnerabile e dipendente.
Il manipolato, avendo necessità di approvazione da parte del partner, può reagire in due modi:
•abbandonando la propria percezione della realtà
•cercare di portare il gaslighter verso il proprio punto di vista;
Lo scopo di entrambe le situazioni è, comunque, l’approvazione del manipolatore. Proprio per quanto detto finora è difficile che chi è vittima del gaslighter si renda conto della situazione perversa in cui vive e chieda aiuto, cosa ancor più vera se si pensa che essa diventa così dipendente da isolarsi anche a livello sociale per la paura di essere inadeguata o giudicata pazza.
Ecco un esempio della struttura di gaslighting:
Il gaslighter dunque si esprime, come sappiamo dal capitolo precedente, in una prima fase di adulazione esagerata e corteggiamento costante finalizzata a persuadere la donna del grande affetto e innamoramento nutrito verso di lei. La finzione consisterà quindi nell’uso ad arte di frasi ad effetto, ripetute più o meno sempre con voce appassionata e sguardo dolce, quali: “Ti voglio bene! Sei tutto per me! Non potrei vivere senza di te! Ti devo tutto! Sei la mia buona stella! Ho avuto la fortuna di incontrarti e mi hai salvato dalla solitudine, dal fallimento! Guai se penso che tu mi possa mancare! Come sono contento di stare con te! Come sei bella!”, e via dicendo in un crescendo di espressioni appassionate quanto false, in una ripetizione infinita di dichiarazioni d’amore frutto di finzione che, invece di insospettire immediatamente o quasi la vittima bombardata da profusioni di affetto tanto esagerate, iniziano a farle credere nella verità della sceneggiata interpretata ad arte dal suo compagno. Quando ciò accade, la vittima è ormai già entrata nel raggio d’azione del malvagio ed è come irretita, quindi non fugge come dovrebbe, non si ribella, sta lì come ipnotizzata da un serpente e attendesse di venire morsa.
Perché la finzione possa essere più convincente, il gaslighter deve essere incline a spendere dei denari, anche se non molti, per farsi vedere grande, splendido, per portarla ovunque con la sua macchina, per ingannare appunto più credibilmente la compagna. La accompagna a fare la spesa per non farla stancare; in qualsiasi ufficio perché potrebbe non trovare parcheggio e perché sembra meglio andare in due negli uffici, magari vedendola assieme ad un uomo potrebbe essere trattata meglio e lui la potrebbe aiutare nel caso di difficoltà; in qualsiasi posto, da un’amica o dai parenti, allo sportello del bancomat, perché sarebbe pericoloso per una donna andare in giro da sola con i tempi che corrono. In tal modo la vittima si impigrisce sempre più, diventa più comoda per così dire, si fa accompagnare volentieri un po’ per la compagnia, un po’ per non tirare fuori la macchina e pensare ai parcheggi, in realtà perché comincia a perdere delle abilità pratiche che prima possedeva. Così, a livello eminentemente inconscio, inizia attraverso la lusinga la demolizione vera e propria, più concreta della sua autostima. Ma il pezzo forte della personalità del gaslighter, accanto alla finzione dei sentimenti e l’interpretazione del ruolo di innamorato perduto, è la distorsione della realtà. Che si tratti di distorsione della realtà attuata per confondere la vittima e farla dubitare del suo stato di salute mentale, di efficienza psichica, non esclude ed anzi sottolinea come il gaslighter possieda esso stesso il difetto di distorcere il reale, possieda il piacere di distorcere il reale. Tale distorsione riguarda soprattutto, ma non solo, l’area dei ricordi. Il manipolatore inizia a dire che la vittima gli ha detto qualcosa o che lui le ha detto qualcosa in passato, qualcosa che la vittima non può ricordare di avergli detto né di aver sentito perché essa stessa non lo ha mai detto né lui lo ha mai detto a lei:
“Me l’hai detto tu poco tempo fa, non ti ricordi? Davvero non ti ricordi?” Oppure “Ne abbiamo parlato parecchio e non lo sai più?”, oppure “Hai frainteso!” e così via in un assalto di tal fatta. A proposito di ricordi mancati ed equivoci creati ad arte, il gaslighter cita in genere una situazione circostanziata che possa essere realmente presente alla vittima che la ricorda quanto a localizzazione nel tempo e nello spazio. In questo ambito il gaslighter inserisce la sua menzogna secondo i particolari prodotti dalla sua mente perversa, così che la vittima cominci a dubitare di se stessa e si convinca pian piano e con crescente angoscia e terrore di stare perdendo colpi, di non avere più una mente del tutto autosufficiente. Le offese e le distorsioni continueranno, passando sempre in forma velata, ad essere proferite davanti ad altra gente, attirando l’attenzione sulla sua dimenticanza. Gli eventi continueranno a crollare e il persecutore porterà la vittima a credere che non può fare niente senza di lui. La indurrà in uno stato di dipendenza psicologica tale da non distinguere più la realtà. Ovviamente le situazioni saranno diverse in base alla personalità del gaslighter e in alcuni casi si potrà arrivare a delle vere e proprie azioni di tortura e nei casi più gravi alla morte della vittima per induzione al suicidio. Divenuta ormai del tutto insicura delle proprie prestazioni a livello mentale, si realizza la beffa delle beffe: ringrazia il criminale che l’ha ridotta in quello stato o da cui si è lasciata ridurre in quello stato e gli chiede di continuare ad aiutarla, a proteggerla, visto che essa non si sente più efficiente. Più spesso la richiesta di aiuto o la capacità di far “aprire gli occhi” alla vittima arriva da chi le sta intorno, altri familiari, amici o colleghi.
La tutela della vittima di una violenza è legata all’accertamento della stessa e solitamente ciò avviene, a parte i casi più eclatanti di violenze e di omicidio, a seguito di denuncia-querela della stessa vittima.
La denuncia è un segnale da non sottovalutare e che dovrebbe condurre ad approfondimenti anche da parte dei servizi sociali, in quanto la violenza familiare, soprattutto quella psicologica è generalmente nascosta all’esterno e necessita di accertamenti minuziosi.
Particolare attenzione deve essere rivolta alle perizie psicologiche, individuando medici esperti ed in grado di rilevare eventuali manipolazioni, sempre comunque di difficile accertamento, se non in caso di evidenti patologie.
La prova testimoniale appare uno strumento poco idoneo a fornire la prova della situazione denunciata in quanto i familiari e gli amici sono restii a parlare, anche nella aule di giustizia, di comportamenti legati a violenza psicologica che peraltro viene spesso consumata all’interno delle pareti domestiche e in mancanza di testimoni.
Ma occorre, in altri termini, fornire la prova testimoniale, documentale o presuntiva che dimostri i “concreti” cambiamenti che l’illecito ha apportato, in senso peggiorativo, nella qualità di vita della vittima (Cass. S.U., 24.3.2006, n. 6572); vi è anche la possibilità di fornire, in tema di danno esistenziale, la prova per presunzione, “mezzo di prova non relegato dall’ordinamento in grado subordinato nella cerchia delle prove, cui il giudice può far ricorso anche in via esclusiva” (Cass. S.U., 24.3.2006,n. 6572; cfr anche Cass., 12.6.2006, n. 13546).
Il giudice, oltre a questo tipo di tutela, provvederà ad assegnare sia al persecutore che alla vittima, un periodo di terapia psichiatrica.
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Re: Gaslighting. La manipolazione mentale 5 Anni 1 Mese fa #533

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Buongiorno!
Sono la dott.ssa Francesca Prete.
Sono una psicologa, al secondo anno di Specializzazione in Psicoterapia Sistemico-Relazionale.
Sto scrivendo, per la scuola, una tesina sul gaslighting (aspetti psicologici e giuridici).
Trovo molto interessante, a tal proposito, il vostro articolo.
Vi chiedo se è possibile avere una bibliografia dell'articolo o, comunque, dei riferimenti precisi sull argomento trattato perchè ho molta difficoltà nel reperire materiale utile alla stesura della tesina.
In attesa di un Vostro cortese riscontro,porgo Cordiali Saluti.
Francesca Prete
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Re: Gaslighting. La manipolazione mentale 5 Anni 2 Giorni fa #626

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Mi dispiace rispondere così in ritardo, spero di esserti ancora utile. Nell'articolo i riferimenti sono già stati indicati, ovviamente il film ha dato l'impronta decisiva ad un argomento poco conosciuto e poco affrontato. Ti fornisco qualche testo:

De Pasquali P. (2007), L’orrore in casa – Psico-criminologia del parenticidio, Franco Angeli Edizioni, Milano.
Filippini, R. (2006), Avventure e sventure del narcisismo – Volti, maschere e specchi nel dramma umano, Edizioni Giuseppe Laterza, Bari.
Merete Amann Gainotti, Susanna Pallini, La Violenza Domestica. Testimonianze, interventi, riflessioni, Magi Edizioni Scientifiche, 2008
Elvira Reale, Maria Capalbo, Silvana Carloni, Clara Pappalardo, Annamaria Raimondi, Maltrattamento e violenza sulle donne,"Strumenti per il lavoro psico-sociale ed educativo", Vol. I: La risposta dei servizi sanitari, pp. 336, 2011, € 33; Vol. II: Criteri, metodi e strumenti dell'intervento clinico, pp. 384, 2011
Robin Norwood, Donne che amano troppo, Feltrinelli, "Universale Economica"
Silvia Ricci Lempen, Una famiglia perfetta, “Graffiti”, Iacobelli, 2010
Marie-France Hirigoyen, Sottomesse. La violenza sulle donne nella coppia, "Gli struzzi", Einaudi, 2006
Sandra Filippini, Relazioni perverse. La violenza psicologica nella coppia, Franco Angeli, 2005
Rosalind B. Penfold, Le pantofole dell'orco. Storia di un amore crudele. Sperling & Kupfer

Approfondisci anche le sentenze che ho citato nell'articolo e vedrai che qualcosina in più riuscirai ad ottenere.
Buona fortuna
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era fiction non è al cinema... 4 Anni 3 Mesi fa #901

La vera fiction non è al cinema o in televisione ma è la vita di tutti i giorni, dove ci sono interessi inimmaginabili alle persone comuni, su romanzoreale.net ho scritto come la penso, secondo me la verità ti aspetta e non può attendere.
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