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ARGOMENTO: Maltrattamenti e riduzione in schiavitù: concorso formale o concorso apparente di norme?

Maltrattamenti e riduzione in schiavitù: concorso formale o concorso apparente di norme? 5 Anni 11 Mesi fa #182

  • Nicola84
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Maltrattamenti e riduzione in schiavitù: concorso formale o concorso apparente di norme?

Prima di affrontare la questione del concorso tra il reato di maltrattamenti in famiglia ex. art. 572 c.p. e quello di riduzione in schiavitù ex. art. 600 c.p. è d’obbligo soffermarsi ad analizzare la struttura dei due reati.
La fattispecie che configura l’ipotesi di reato di maltrattamenti in famiglia è disciplinata dall’art. 572 c.p., il quale afferma: “chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni quattordici, o una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.
Se dal fatto deriva una lesione personale grave, si applica la reclusione da quattro a otto anni; se ne deriva una lesione gravissima, la reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, la reclusione da dodici a venti anni.
Il bene giuridico protetto dalla norma può ravvisarsi non soltanto nella famiglia e nel superiore interesse dello Stato alla salvaguardia e alla protezione della stessa ma anche nella difesa dell'incolumità fisica e psichica e della dignità delle persone richiamate dalla norma. L'elemento oggettivo del reato è costituito da una condotta sistematica e programmatica di vessazione e prevaricazione fisica e psicologica nei confronti della vittima, tale da rendere insopportabile la convivenza, perché dolorosa e umiliante; i maltrattamenti possono consistere in atti privativi della libertà, di scherno continuo e di asservimento tali da determinare uno stato di avvilimento in grado di segnare il decoro e la dignità della persona. Affinché si configuri il reato di maltrattamenti è sufficiente il dolo generico in capo all’agente, che si esprime nella consapevolezza di insistere in un'attività vessatoria e insofferente nei confronti della persona cui è diretta; per quanto non sia necessario individuare un disegno criminoso unitario relativo al complesso di azioni, la legge richiede espressa coscienza e volontà di commettere una serie di fatti lesivi dell'integrità fisica e della libertà o della dignità della vittima, che nel loro complesso, superano il particolarismo delle singole condotte, ancorché punibili, e assumono rilevanza penale nella loro volontà e struttura unitaria.
Pertanto il reato di maltrattamenti è un'ipotesi di reato necessariamente abituale; esso non può risolversi in sporadici episodi di violenza o condotte occasionali, i quali, se non collegati tra loro dal vincolo dell’abitualità, possono al più essere puniti laddove costituiscano singole ipotesi di reato.
Si parla quindi di un reato necessariamente abituale poiché gli elementi attraverso i quali si esplica la condotta criminosa debbono rientrare all’interno di un unico disegno criminoso, tale nel suo insieme, di creare nel soggetto maltrattato un profondo senso di impotenza e nello spazio che lo circonda, l’ambiente familiare, una prigione dal quale per la parte lesa debba sembrare quasi impossibile liberarsi.
Non osta alla constatazione del reato in questione la considerazione che i maltrattamenti siano rivolti nei confronti del convivente more uxorio; infatti per configurarsi l’ipotesi criminosa non è necessario che sussista tra i soggetti in questione un rapporto familiare o una forma di convivenza o coabitazione, è necessario soltanto che tra i due vi sia una relazione in essere stabile e duratura.
Poiché la finalità dell’art. 572 c.p. è quella di tutelare il soggetto debole all’interno di un rapporto, sia questo familiare o professionale o quant’altro, come ha sentenziato la Corte di Cassazione con la pronuncia n. 39228 del 2011, anche nei rapporti intimi uomo-donna può configurarsi il reato in questione poiché la donna pur non trovandosi obbligatoriamente in una situazione di remissione nei confronti del partner, si trova comunque da un punto di vista fisico in una posizione presumibilmente di debolezza e di fragilità. La suprema Corte ha così confermato una condanna inflitta a un 60enne che aveva costretto sua moglie a “rapporti di tipo sadomasochista con molteplici inversioni di ruolo“. La donna aveva inizialmente accettato quel tipo di rapporti, ma poi aveva denunciato il marito, accusandolo di maltrattamenti continui, non condivisi e mai accettati dalla stessa. Sia il Tribunale sia la Corte d’Appello condannavano l’imputato, affermando che per non cadere nel reato di maltrattamenti, il rapporto deve essere gradito nella sua interezza da entrambi i partner. L’uomo, proponendo ricorso in Cassazione, sosteneva che la moglie avesse sempre accettato quel tipo di rapporti e che, del resto non si potesse parlare di “sopraffazione” proprio perchè “il peculiare rapporto tra i coniugi descritto come sadomasochista” richiedeva molteplici inversioni di ruolo e per questo incompatibile con l’accusa di continue e sistematiche vessazioni unilaterali.
La sesta sezione penale della Corte ha però respinto il ricorso, confermando la corretta ricostruzione della vicenda e le decisioni dei giudici di merito ed evidenziando che “la Corte d’Appello ha dato puntuale conto della peculiarità del rapporto tra moglie e marito” analizzando “gli aspetti definiti di sadomasochismo, spiegando perché quella peculiarità non era incompatibile con le condotte ascritte all’uomo e perché il carattere anche non remissivo della donna non evitasse una sua situazione di debolezza e fragilità nei confronti del marito“.
I giudici di merito, conclude la Corte, hanno ben chiarito come ci fossero prove della «obiettiva violenza» protrattasi nel tempo da parte del marito nei confronti della donna, e come egli avesse tenuto “un atteggiamento mentale di vero e proprio disprezzo nei confronti della moglie durante tutta la convivenza“.

L’art. 572 c.p. estende la fattispecie criminosa anche a colui che maltratta una persona sottoposta alla sua autorità per l’esercizio di una professione o di un’arte portando la Cassazione in una sentenza del 2007 la n. 33624 a far rientrare all’interno della previsione di detto articolo la fattispecie del mobbing, sia perché non disciplinato da apposito articolo nel codice penale e quindi non costituente un reato a sé stante sia perché presenta delle caratteristiche e dei requisiti di carattere sia soggettivo che oggettivo simili a quelli dei maltrattamenti.
La condotta di mobbing suppone non tanto un singolo atto lesivo, ma una mirata reiterazione di una pluralità di atteggiamenti, anche se non singolarmente connotati da rilevanza penale, convergenti sia nell'esprimere l'ostilità del soggetto attivo verso la vittima sia nell'efficace capacità di mortificare ed isolare il dipendente nell'ambiente di lavoro. Pertanto la prova della relativa responsabilità "deve essere verificata, procedendo alla valutazione complessiva degli episodi dedotti in giudizio come lesivi... che può essere dimostrata per la sistematicità e durata dell'azione nel tempo, dalle sue caratteristiche oggettive di persecuzione e discriminazione, risultanti specificamente da una connotazione emulativa e pretestuosa..." (cfr. Cass. civ., Sez. L, 6.2006, Meneghello/Unicredit Spa, CED Cass. 587359).
È approdo giurisprudenziale di questa Corte che la figura di reato maggiormente prossima ai connotati caratterizzanti il cd. mobbing è quella descritta dall'art. 572 c. p., commessa da persona dotata di autorità per l'esercizio di una professione: si richiama, in tal senso, per una situazione di fatto giuridicamente paragonabile - in linea astratta - alla presente Cass., sez. VI, 22.1.2001, Erba, CED Cass. 218201. Ove si accolga siffatta lettura, risulta evidente che, soltanto per l'ipotesi dell'aggravante specifica della citata disposizione, si richieda la individuazione della conseguenza patologica riconducibile agli atti illeciti.
La norma in esame è una disposizione che si presta a numerose interpretazioni e non mancano anche nella giurisprudenza della Cassazione decisioni piuttosto per così dire “originali” in tema. Si fa menzione di una di queste per mettere in evidenza come una medesima fattispecie di reato possa portare la Giurisprudenza a molteplici interpretazioni. Se la famiglia è "un inferno" e le reazioni violente sono "di casa" non c'è spazio per contestare a nessuno il reato di maltrattamenti. La singolare conclusione viene da una sentenza della Cassazione che ha censurato i giudici della Corte d'appello di Roma che avevano invece confermato la condanna per lesioni e maltrattamenti in famiglia nei confronti di un marito violento. In pratica se marito e moglie reagiscono reciprocamente in modo violento, lui perché spesso ubriaco e lei perché affetta da "patologie psichiatriche", e se perfino la figlia si mostra aggressiva, sono "tutti vittime di una situazione familiare difficile". Dunque, dicono i giudici della sesta sezione penale della Corte con la sentenza 6490, mancano i presupposti per considerare il marito responsabile dei maltrattamenti. La Cassazione ha perciò annullato la sentenza dei giudici d'appello relativamente all'accusa di maltrattamenti in famiglia e ha confermato, dichiarando però la prescrizione del reato, la condanna per lesioni volontarie ai danni di moglie e figlia. Nel motivare l'assoluzione per i maltrattamenti, i giudici evidenziano tra l'altro la "permanente tensione" della vita familiare. Una situazione "condizionata da anomalie comportamentali di tutti i suoi componenti". All'origine di queste "gravi difficoltà esistenziali", osserva la Corte vi sono "l'uso smodato di alcol" da parte del marito e le "patologie a livello psichiatrico" che portavano anche la donna ad "aggressioni nei confronti del marito". Questo il motivo, aggiunge la Cassazione, che impedisce di ritenere il marito responsabile di "condotta prevaricatrice e violenta tale da imporre un regime di vita vessatorio, essendo egli stesso rimasto vittima di comportamenti lesivi ad opera della moglie". Come non bastasse anche la figlia, conclude la Corte, in questo quadro di "difficoltà esistenziale" ha avuto "sconsiderati comportamenti fortemente reattivi verso il padre". Insomma, se tutti sono vittime nessuno può essere condannato.
Per quanto riguarda l’altra fattispecie da analizzare nella presente esposizione, l’art. 600 c.p. disciplinante la “Riduzione o mantenimento in schiavitù”afferma: “Chiunque esercita su una persona poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà ovvero chiunque riduce o mantiene una persona in uno stato di soggezione continuativa, costringendola a prestazioni lavorative o sessuali ovvero all'accattonaggio o comunque a prestazioni che ne comportino lo sfruttamento, è punito con la reclusione da otto a venti anni. La riduzione o il mantenimento nello stato di soggezione ha luogo quando la condotta è attuata mediante violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità o approfittamento di una situazione di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità, o mediante la promessa o la dazione di somme di denaro o di altri vantaggi a chi ha autorità sulla persona. La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti di cui al primo comma sono commessi in danno di minore degli anni diciotto o sono diretti allo sfruttamento della prostituzione o al fine di sottoporre la persona offesa al prelievo di organi”.
Prima di analizzare la fattispecie delittuosa in tutti gli elementi costitutivi, è necessario introdurre brevi cenni di premessa. Tale delitto è stato oggetto di un recente intervento legislativo finalizzato a riformare e precisare l’ambito dell’incriminazione. Infatti, il testo previgente dell’art. 600 c.p. puniva chiunque riduceva una persona in schiavitù o in una condizione analoga alla schiavitù. Questo dato testuale, sebbene rinviasse al concetto di schiavitù previsto e definito dalla Convenzione di Ginevra sulla abolizione della schiavitù del 1926, resa esecutiva in Italia con R. D. n. 1273/1928, era carente e lacunoso sulla possibilità di determinare in concreto l’ambito della condotta vietata. Ciò soprattutto a riguardo della figura non ben delineata di “condizione analoga alla schiavitù”. Infatti, sul punto vi erano due orientamenti giurisprudenziali contrastanti. Un primo si basava su una figura ampia della condizione de qua, tale da abbracciare qualsiasi situazione di fatto in cui vi fosse la riduzione della vittima nella condizione materiale di schiavo. Un secondo, invece, si basava su di una interpretazione rigorosa della fattispecie in oggetto, restringendola nell’ambito del diritto e definendola in forza di una norma diversa da quella incriminatrice, come l’art. 1 della Convenzione supplementare di Ginevra sull’abolizione della schiavitù del 1956 (resa esecutiva in Italia con legge n. 1304/1957)
Sul punto dovette pronunciarsi la Suprema Corta a Sezioni Unite, la quale, nella Sentenza n. 261/96, precisava che la condizione analoga alla schiavitù non identificava necessariamente una condizione di diritto, cioè normativamente prevista. Invece, tale fattispecie, superando il dato testuale, avrebbe potuto ricondursi a qualsiasi situazione di fatto in cui la condotta dell’agente fosse idonea a ridurre la vittima nella condizione materiale di schiavo. In altri termini, la figura de qua risultava integrata nella soggezione esclusiva ad un altrui potere di disposizione, analogo a quello che viene riconosciuto al padrone sullo schiavo negli ordinamenti in cui la schiavitù sia ammessa. Inoltre, nella medesima pronuncia, la Suprema Corte, dichiarava manifestamente infondato il contrasto tra l’art. 600 c.p., riguardo alla fattispecie di “condizione analoga alla schiavitù”, e l’art. 25 II comma della Costituzione, che stabilisce il principio di tassatività in materia penale. Alla base di tale decisione, vi era il rilievo per cui il principio succitato poteva essere considerato compatibile con qualsiasi norma che descrive il fatto punibile, avvalendosi di indicazioni estensive, come avviene nel caso di specie. Infatti, come verrà poi ribadito dalla stessa Cassazione (es: Cass. pen. sent. n. 10311/01), l’indeterminatezza della fattispecie in discussione era fatta venire meno in base alla figura ex art. 1 della Convenzione supplementare di Ginevra sull’abolizione della schiavitù del 1956.
Con la l. 228/’03 viene sostituito con il suddetto il vecchio art. 600 del codice penale di derivazione fascista che considerava la schiavitù alla stregua di uno status giuridico. Naturalmente al tempo della sua redazione, quindi del Codice Rocco, la società civile di riferimento era estremamente differente rispetto a quella odierna e soprattutto non poteva tenere conto né prevedere fenomeni che sono venuti alla ribalta solo negli ultimi anni, come il business legato all’immigrazione clandestina o lo sfruttamento della prostituzione spesse volte minorile. Il diffondersi di nuove forme di schiavitù e tratta di esseri umani trova la sua base nella globalizzazione dei mercati e delle relazioni economiche e sociali, che pongono a diverso contatto grandi masse di diseredati con l’economia più avanzata. Si è fatta strada un proliferarsi di organizzazioni criminali dedite non solo alla tratta intesa come perdita della libertà, ma come traffico di persone qualificate come merce di scambio ed abbassate al rango di oggetti. E’ stato provvidenziale l’intervento degli organismi internazionali che hanno negli anni intensificato gli sforzi per prevenire e reprimere inaccettabili ed allarmanti comportamenti. Come detto l’insorgenza di questi fenomeni ha costretto il legislatore ad inasprire le pene relative alla tratta ed alla riduzione in schiavitù e ad allargarne l’ambito di applicazione, definendo altresì un dettagliato iter procedurale.
Tale nuova fattispecie si pone in rapporto di continuità normativa con quella vecchia. In particolare, il delitto in esame, a seguito della legge 228/03, proprio per conferire determinatezza, pone in essere esso stesso la definizione del concetto di schiavitù. Per l’effetto è stato analiticamente descritta la condotta materiale del reato, che configura un delitto a fattispecie plurima. In primo luogo, esso infatti risulta integrato da chi esercita sulla vittima poteri analoghi a quelli del proprietario. In tale ipotesi si tratta di un reato di pura condotta, che è stato parametrato dall’art. 1 della Convenzione di Ginevra del 1926.
In secondo luogo, il delitto de quo viene posto in essere pure dalla condotta di chi riduce o mantiene una persona in stato di soggezione continuativa, costringendola a prestazioni lavorative, sessuali o all’accattonaggio o comunque a prestazioni che ne comportino lo sfruttamento. In quest’ultimo caso si tratta di reato a forma vincolata, in cui, ai sensi del II comma dell’articolo citato, lo stato di soggezione, cui la vittima è costretta a determinate prestazioni, deve essere ottenuta dall’agente, alternativamente, mediante violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità ovvero approfittando di uno stato di inferiorità fisica o psichica o di una situazione di necessità. Riguardo a quest’ultima circostanza, la situazione di necessità cui fa riferimento la norma non corrisponde a quella dell’art. 54 c.p. ma può essere paragonata alla nozione di bisogno di cui all’art 1448 c. c.. pertanto, tale necessità coincide con qualsiasi situazione di debolezza o mancanza materiale o morale, tale da condizionare la volontà della vittima. Infine, la condotta illecita de qua è, altresì, integrata nell'eventualità in cui si mantenga la vittima in quello stato di soggezione delineato in precedenza. In tale ultima ipotesi, il legislatore del 2003, attribuendo esplicito rilievo al mantenimento in stato di soggezione, ha superato le obiezioni di coloro i quali ritenevano che la condotta illecita in esame potesse riguardare solo persone in libertà. Con tale precisazione, pertanto, vengono esplicitamente sanzionate coloro i quali mantengano in soggezione un persona già privata della propria libertà. Quanto all’elemento soggettivo, la condotta dell’agente deve essere connotata dalla coscienza e dalla volontà di ridurre la vittima ad una cosa, tale da essere oggetto di diritti patrimoniali. Inoltre, il reo deve essere connotato dalla coscienza e volontà di trarre profitto dalla vittima, considerata come cosa atta a rendere utilità o servigi.
Per quanto riguarda le due fattispecie di reato in questione si analizza se sussistano i requisiti per configurare il rapporto come un concorso formale di reati oppure alla stregua di un concorso apparente di norme. Il rapporto in questione non costituisce un concorso formale anche se si è di fronte ad una condotta criminosa generatrice di due fattispecie di reato; nel caso in questione si parla di concorso apparente di norme e trova applicazione l’art. 15 c.p., il quale afferma: “Quando più leggi penali o più disposizioni della medesima legge penale regolano la stessa materia, la legge o la disposizione di legge speciale deroga alla legge o alla disposizione di legge generale, salvo che sia altrimenti stabilito”.
Il concorso apparente di norme, il quale si realizza quando una medesima condotta integra apparentemente più fattispecie astratte di reato e, tuttavia, sulla base di un'analisi delle medesime fattispecie astratte o delle modalità concrete di realizzazione dei reati solo una delle norme risulta, in effetti, quella applicabile nella fattispecie concreta in quanto, in difetto, il reo finirebbe per essere punito due o più volte per lo stesso fatto con la conseguente violazione del noto principio del ne bis in idem sostanziale. Tre sono i criteri comunemente individuati per risolvere i casi di concorso apparente di norme: il criterio di specialità; quello di sussidiarietà; quello di consunzione.
Con riferimento al criterio di specialità, che è il solo di fonte legale, esso prevede che, ove più leggi penali o più disposizioni della stessa legge penale regolino la stessa materia, la legge o disposizione di legge speciale deroga a quella generale salvo che sia diversamente previsto (un esempio può essere quello del sequestro, norma generale, e del sequestro a scopo di estorsione, norma speciale). Tutti i fatti rientranti nella norma di legge speciale, in difetto di questa, rientrerebbero nell'ambito di applicazione della norma di legge generale, che rimane in ogni caso applicabile per quegli aspetti che non siano disciplinati dalla norma di legge speciale. I problemi interpretativi di maggiori rilievo posti dal concorso apparente in relazione al criterio di specialità si appuntano in ordine al significato da dare alla locuzione stessa materia, ed in relazione alle modalità di individuazione della norma speciale (si tratta, cioè, del problema se la specialità vada individuata in astratto, sulla base del solo esame della fattispecie astratte oppure in concreto, con riferimento al fatto, così come si è realmente verificato).

Con riferimento alla prima delle segnalate questioni, secondo un primo orientamento in dottrina, la norma, nel riferirsi alla stessa materia, avrebbe inteso limitare l'applicazione del criterio di specialità ai casi in cui tra le diverse leggi penali o tra le diverse disposizioni della stessa legge via sia omogeneità con riferimento al bene giuridico offeso. Altra dottrina, in senso contrario, ha osservato che l'interpretazione di stessa materia come equivalente a stesso bene giuridico condurrebbe ad un'applicazione alquanto limitata del criterio di specialità che, tra l'altro, neppure si giustificherebbe alla luce di un'interpretazione aderente alla lettera dell'art. 15 cp. Secondo tale dottrina, dunque, stessa materia starebbe ad indicare l'analogia della situazione di fatto sottostante, caratterizzata da elementi aggiuntivi per ciò che riguarda il reato speciale.
Con riferimento, invece, al problema se la specialità vada individuata in concreto o in astratto, la tesi prevalente è nel senso che il criterio di specialità debba risolvere solo le problematiche relative alle fattispecie astratte di reato, in quanto, con riferimento ai fatti che non si prestino ad essere risolti con ricorso a tale criterio, debbono essere utilizzati diversi criteri e, cioè, quelli, già indicati, della sussidiarietà e della consunzione. Con riferimento alla specialità in concreto, l'esempio che viene comunemente richiamato è quello del rapporto tra la truffa ed il millantato credito; si rileva, al riguardo, come, seppure tra le due fattispecie non vi sia analogia del fatto materiale, è, tuttavia, possibile che, per le particolari modalità di realizzazione della truffa, essa divenga speciale rispetto al millantato credito che, in concreto, diventa una delle possibili modalità esecutive degli artifici e raggiri di cui all'art. 640 c.p.
Ulteriore evoluzione del criterio della specialità (e di quello della specialità in concreto) è quello della specialità reciproca, individuata dalla giurisprudenza in quei casi in cui, a seconda delle modalità di realizzazione del fatto, troverà applicazione l'una o l'altra fattispecie di reato a seconda che siano realizzati gli elementi specializzanti dell'una o dell'altra (nella specie la Suprema Corte si occupò del rapporto esistente tra la truffa di cui all'art. 640 c.p. e il reato di cui all'art. 12 del D.L. n. 143 del 1991 che puniva l'uso indebito di una carta di credito; secondo la Suprema Corte la truffa rispetto all'indebito utilizzo di carta di credito ha come fattore specializzante il perseguimento del profitto con altrui danno, mentre l'indebito utilizzo della carta di credito, rispetto alla truffa, si caratterizza per il particolare oggetto materiale).

Ulteriore criterio per risolvere il problemi di concorso apparente di norme è, come detto, quello della sussidiarietà, per effetto del quale una disposizione penale incriminatrice è applicabile solo laddove non sia prevista l'applicazione di una diversa disposizione. Di norma il criterio della sussidiarietà è insito nella stessa formulazione della norma che fa espressamente salvo il caso in cui il fatto non costituisca più grave reato. A volte, invece, il criterio della sussidiarietà è il frutto dell'opera dell'interprete (si fa l'esempio tra la fattispecie contravvenzionale degli atti contrari alla pubblica decenza di cui all'art. 726 cp e quella delittuosa degli atti osceni di cui all'art. 527 cp).

Nel caso concreto quindi sussiste tra la previsione ex. art. 572 c.p. e la previsione ex. art.600 c.p. un concorso apparente di norme che implica l’applicazione dell’art. 15 c.p. e la prevalenza dell’art. 600 c.p. in virtù del principio di consunzione, in base al quale il disvalore penale connesso alla violazione più grave assorbe quello relativo alla violazione meno grave, indipendentemente dai diversi beni giuridici tutelati dalle norme.
Ultima modifica: 5 Anni 11 Mesi fa da Claudio.
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