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ARGOMENTO: Cassazione e violenza sessuale

Cassazione e violenza sessuale 6 Anni 7 Mesi fa #65

  • Elita
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La sentenza numero 1636 della Cassazione del 1999 esprimeva che, una ragazza indossando dei jeans non era vittima di stupro ma era bensì consenziente, dato che non è sfilabile “senza la fattiva collaborazione di chi lo porta” , annullando cosi la condanna a due anni e dieci mesi decisa dalla corte d’Appello di Potenza contro Carmine C., 45 anni, istruttore di guida, portato in tribunale da una ragazza di 18 anni Rosa. La ragazza quando il suo istruttore di guida la portò in una stradina di campagna e la violentò, indossava i jeans. Un indumento che, come scrivevano i giudici della Suprema Corte, “non si può sfilare nemmeno in parte senza la fattiva collaborazione di chi lo porta“. Lo sanno tutti, scrivevano ancora i giudici, è un “dato di comune esperienza”: è impossibile sfilare i jeans se la vittime si oppone “con tutte le sue forze”. Per cui, evidentemente, Rosa non si era opposta con tutte le sue forze. E infatti, scrivevano i giudici della Cassazione, “è illogico affermare che una ragazza possa subire uno stupro, che è una grave offesa alla persona, nel timore di patire altre ipotetiche e non certo più gravi offese alla propria incolumità fisica“. :sick: La sentenza creò molto scalpore e disdegno (RICORDIAMO LA PROTESTA DELLE PARLAMENTARI DEL POLO IN JEANS) dato che la legge, la numero 66 del 15 febbraio 1996, parla chiaro: “Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni“
Forse ricordandosi di quello storico pronunciamento, un uomo condannato dalla Corte d’appello di Venezia a un anno di reclusione (pena sospesa) per violenza sessuale ai danni della figlia della sua compagna si è rivolto alla Cassazione, dichiarando che la ragazza indossava i jeans e che quindi era impossibile per lui infilare la mano sotto l’indumento per toccarla. Ma questa volta i giudici, con la sentenza numero 30403, affermano che “il fatto che la vittima indossasse pantaloni del tipo jeans non era ostativo al toccamento interno delle parti intime, essendo possibile farlo penetrando con la mano dentro l’indumento, non essendo questo paragonabile a una specie di cintura di castità”. Rigettano il ricorso dell’imputato e sconfessano, indirettamente, la “sentenza dei jeans”.

Un altra sentenza shock è la 24061 esprimendo che, ”non è sempre reato se il rapporto inizia con l’assenso di entrambi i partner, ma non viene poi interrotto su richiesta di uno dei due”. Il fatto risale al 2000, quando due fidanzati si erano appartati per scambiarsi effusioni, sfociate in un rapporto completo. La ragazza aveva allora 16 anni e poco dopo la sua prima volta ha denunciato il fidanzato: dopo un primo consenso la ragazza avrebbe chiesto invano al partner di fermarsi perché avvertiva dolori nelle parti intime, senza però essere ascoltata. :blink:

Con la sentenza n. 14611/2011 la Corte di Cassazione adesso però cambia nuovamente lo scenario. Le vittime del reato di stupro hanno diritto al riconoscimento (e al risarcimento) dei danni morali perché «il degrado inferto dal violentatore non attiene soltanto al corpo, ma anche alla dimensione spirituale». La persona offesa, che il violentatore nel momento in cui agisce considera una cosa più che una persona, si porterà dentro per sempre (e non solo nel momento in cui subisce violenza) le conseguenze dello stupro, «un frammento di vita spezzato da cui con fatica proverà a uscire». Cosi una giovane donna siciliana, che all’epoca dei fatti criminosi posti in essere da un gruppo di ragazzi, aveva solo tredici anni, avrà diritto a circa 13 mila euro a titolo di risarcimento danni morali. Inoltre, nei casi di violenza – conclude la Cassazione – “la persona offesa è contemporaneamente soggetto passivo e oggetto di violenza e il soggetto passivo è degradato a oggetto”. Ne discendeva la correttezza della decisione di merito di rideterminare il danno morale in via equitativa, e ciò anche in considerazione della circostanza che “l’odioso fatto ha effetti ultrattivi nell’equilibrio psico-fisico di un minore, oltre che di ogni altra, sia pure adulta, vittima”.
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