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ARGOMENTO: Il danno da lutto

Il danno da lutto 5 Anni 10 Mesi fa #216

  • Elita
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In materia di danno non patrimoniale accanto al danno biologico di natura psichica, il danno morale e il danno esistenziale, il cosiddetto danno da lutto è l’ultimo arrivato che con fatica si è guadagnato il suo spazio in ambito civile risarcitorio. Mentre il danno psichico riguarda la “lesione all’integrità psico-fisica della persona” (Corte Cost. 184/1986), il danno da lutto esamina una lesione non diretta ma riflessa, che deriva dalla morte di un altro individuo con il quale intercorrevano particolari legami di parentela ed affetto. In sede giudiziaria il danno da lutto costituisce una conquista recente fino a poco tempo fa negata dall’art. 1223 c.c. che respingeva le richieste di indennizzo ai familiari della persona deceduta, a seguito di un'azione di terzi conseguente ad un fatto illecito.
Questa la definizione del “danno da lutto” “… un pregiudizio subito dai prossimi congiunti per la perdita di un familiare a seguito del fatto illecito di un terzo, originariamente qualificato da un’autorevole dottrina come “danno alla serenità familiare”, “… l’evento morte non determina solo la fine della vita della vittima, quindi, un “danno da perdita del diritto alla vita”, o comunemente definito “danno tanatologico”, ma causa, al contempo, l’estinzione di un rapporto familiare con i congiunti…”.
L’esperienza del lutto è un’esperienza che comporta un cambiamento organizzativo nella vita della vittima secondaria, basti pensare ad un rapporto che viene meno.
La Corte Costituzionale con sentenza n. 372/94 ha ritenuto risarcibile il danno biologico psichico subito da un prossimo congiunto a seguito della morte di un familiare vittima di un fatto illecito altrui, allorquando “… il danno alla salute è qui il momento terminale di un processo originato dal medesimo turbamento dell’equilibrio psichico che sostanzia il danno morale soggettivo, e che in persone predisposte da particolari condizioni (debolezza cardiaca, fragilità nervosa, etc.), anziché esaurirsi in un patema d’animo o in uno stato d’angoscia transeunte, può degenerare in un trauma fisico o psichico permanente alle cui conseguenze, in termini di qualità personali, e non semplicemente al pretium doloris in senso stretto, va commisurato il risarcimento”. Detto in altri termini, tale affermazione ammette che, assieme al danno morale, consistente in un patema d’animo, in persone predisposte può insorgere un danno biologico di tipo psichico permanente o temporaneo derivante dalla perdita di un familiare in conseguenza di un fatto illecito.
La Cass. sez. III civ. del 17 gennaio 2008 n. 870 si interroga sul problema iure hereditatis del danno biologico da morte e quando questo debba essere risarcito in correlazione al tempo di sopravvivenza della vittima del fatto illecito. Infatti, si distingue il caso in cui la morte segue immediatamente l’evento oppure tra l’evento, oggetto di lesioni, e la morte, intercorra un “apprezzabile” lasso di tempo in modo tale che si possa parlare di configurabilità del danno biologico iure hereditatis. Difatti, secondo la Giurisprudenza di massima, l’evento morte non influisce sul bene salute e quindi sulla sua tutela, ma, incide sul bene giuridico vita. Tale assunto non vale se, contro, intercorre un lasso di tempo “apprezzabile”, tra l’evento lesivo e la conseguente morte, poiché il soggetto subisce una compromissione dell’integrità psico-fisica che si protrae fino alla morte, la quale è riconosciuta come danno biologico trasmissibile agli eredi.
La Cass. Sez. Unite Civili, con sentenza n. 26972/08 ha provato ad intervenire su questo punto affermando la liquidazione del danno morale nel caso in cui, nonostante sia passato un breve lasso di tempo tra l’evento e la morte, la persona sia rimasta lucida in attesa consapevole della fine. In tale situazione ciò che deve essere risarcito, non è il danno biologico (non è detto che la sofferenza abbia il tempo di trasformasi in patologia…), ma il danno morale nella nuova accezione proposta dalla medesima sentenza.
Da qui si introduce il concetto del cosiddetto danno iure proprio, cioè il risarcimento del danno biologico agli stretti congiunti di una persona deceduta per effetto dell’illecita condotta altrui, previa, però, la prova di una lesione psico-fisica accertata sulla base di elementi oggettivi (vedi Cass. Civ. Sez. Lav. 22 luglio 2008, n. 20188- Cass. 19 febbraio 2007 n. 3758- Cass. 18 gennaio 2007, n. 1105- Cass. 11 gennaio 2006 n. 212).
Non sempre, però, nel caso di morte di un familiare per un fatto illecito di terzi, e quindi di danno da lutto, le dimensioni del danno possono essere ricomprese entro categorie nosografiche, ma accanto alla dimensione biologica può trovare spazio la cosiddetta dimensione esistenziale
“… consistente nella modificazione peggiorativa della loro personalità e nel conseguente, forzoso sconvolgimento delle loro abitudini di vita e dei loro rapporti relazionali all’interno ed all’esterno del nucleo familiare colpito”.
A seguito della Sent. Sez. Unite Civili, n. 26972/08, non si può più parlare di danno esistenziale ma, tale categoria di danno, è stata ricondotta al danno morale, all’interno del quale, solo per fini descrittivi, si parla di pregiudizi di tipo esistenziale.
Per ciò che concerne l’evento oggetto di causa, morte di un familiare, ci rifacciamo, oltre che all’art. 2, anche agli artt. 29 e 30 della Costituzione, che tutelano il riconoscimento dei “diritti della famiglia” intesi non solo come tutela della persona nell’ambito del suo nucleo, ma anche come modalità di realizzazione della vita dell’individuo all’interno della famiglia stessa in tutti i suoi multiformi aspetti (affetti, reciproca solidarietà, “inviolabilità della libera e piena esplicazione delle attività realizzative della persona umana nell’ambito della famiglia” Cass. 30 ottobre 2007 n. 22884).
Nel caso del pregiudizio esistenziale da morte o da lutto siamo di fronte a “ripercussioni relazionali di segno negativo”; a diventare protagonista è quel ristrutturare la propria vita, quel non poter far più, quell’impedimento a svolgere le normali attività quotidiane etc.
Tale modificazione peggiorativa può essere così descritta “… si obietivizza socialmente nella negativa incidenza nel suo modo di rapportarsi con gli altri, sia all’interno del nucleo familiare sia all’esterno del medesimo, nell’ambito dei comuni rapporti della vita di relazione. E ciò in conseguenza della privazione (oltre che di quello materiale) del rapporto personale con lo stesso congiunto nel suo essenziale aspetto affettivo o di assistenza morale (cura, amore), cui ciascun componente del nucleo familiare ha diritto nei confronti dell’altro”, in tutto ciò, procede la Pace commentando la Sentenza “… l’elemento materiale della coabitazione, pur determinando la condivisone di una quotidianità, non può, di per sé, accrescere o affievolire quel sentimento, quella comunione spirituale che si fonda essenzialmente sullo stretto vincolo parentale…”.
Per poter valutare questo particolare tipo di danno, il consulente peritale dovrà sottoporre il soggetto ad un’attenta analisi specialistica suddivisa in diverse fasi:
•accurata indagine anamnestico-funzionale;
•valutazione dell’intensità psico-stressante dell’evento luttuoso;
•esame obiettivo psichico;
•uso di strumenti in grado di formulare un inquadramento diagnostico verificabile, ripetibile e comunicabile, in modo tale da essere universalmente interpretabile in maniera consimile;
•parametrazione clinica dell’entità della minorazione psichica;
•analisi ponderata dei possibili elementi di connessione causale/concausale dei disturbi psichici/somatici con la preesistente struttura di base e/o con l’evento luttoso;
•chiarimento della permanenza dei disturbi medesimi;
I diversi fattori che bisognerà prendere in considerazione per l’analisi sono:
•modalità della morte (una morte improvvisa ed inaspettata impedisce al familiare di abituarsi all’idea stessa della perdita);
•intensità della relazione con il defunto (Cass, sez. III Civile, 7 giugno 2011, n. 12278 ha parificato la famiglia di fatto con la famiglia legale, riconoscendo anche alla figura del convivente la possibilità di ristoro per danno da lutto);
•precedenti esperienze di perdita di persone significative;
•precedenti disturbi psichici, di solito a sfondo depressivo ed ansioso;
E’ importante nel corso nel lavoro peritale che il consulente distingua le caratteristiche del lutto patologico dall’accentuazione dei sintomi del lutto fisiologico. A questo proposito il criterio cronologico risulta di fondamentale rilevanza. Per accertare un danno da lutto occorre un periodo di tempo molto lungo fino a due anni, sia per accertare che non si tratti di un “regolare” iter da lutto fisiologico, sia per usufruire di maggiori informazioni in caso di giudizio di una sintomatologia permanente. Riguardo all’aspetto cronologico non bisogna dimenticare che nella valutazione di danno da lutto si può verificare un “esordio tardivo” della manifestazione dei sintomi, come sopra citato, nel lutto ritardato o assente. La valutazione del danno da lutto dipende unicamente dal riscontro della reazione soggettiva della persona sottoposta a perizia. Non tutte le persone reagiscono nel medesimo modo di fronte ad eventi traumatici. Il rischio di depressione che può derivare dal lutto è in stretta correlazione con il grado di parentela che aumenta significativamente per la perdita di un coniuge, un genitore, un figlio o un fratello e diminuisce per un nipote o un amico. In seguito ad un evento luttuoso è possibile riscontrare una serie di sintomi che sono in generali accompagnati da un abbassamento delle difese immunitarie e da un innalzamento della mortalità:
•depressione,
•malattie cardiovascolari,
•cirrosi,
•tentativi di suicidio.
E’ possibile riscontrare otto categorie diagnostiche per identificare il comportamento da lutto patologico (Raphel e Middleton, 1990):
1.il lutto ritardato o assente basato su meccanismi di negazione, è caratterizzato dalla ritardata manifestazione dei segni della fase acuta del cordoglio o totale assenza. La negazione dell’evento traumatico può tradursi in uno stato di sofferenza più intensa e prolungata;
2.il lutto inibito si manifesta con l’attenuazione della sofferenza sostituita con sintomi somatici, iperattività, autodistruzione, autorimproveri, ritiro sociale. L’aspetto patologico si denota proprio nell’assenza della sofferenza;
3.il lutto cronico è contraddistinto da un processo di rielaborazione bloccato che cagiona il prolungare indeterminato del senso di perdita e dell’idealizzazione del defunto;
4.il lutto ipertrofico si riscontra a seguito di morti improvvise o inaspettate, con reazioni intense e protratte nel tempo che vedono inefficaci le strategie consolatorie;
5.il lutto isterico denota una patologica identificazione con la persona scomparsa;
6.il lutto maniacale è caratterizzato dal disconoscimento della sofferenza e dalla comparsa di sentimenti di onnipotenza, agitazione psico-motoria e iperattività afinalistica;
7.il lutto ossessivo vede l’aumento delle inibizioni, l’incapacità di badare a se stessi e il ritiro dalla vita sociale;
8.il lutto delirante si manifesta con l’attribuzione irragionevole ad altri delle cause della perdita della persona amata o vi è la convinzione che la persona deceduta viva altrove.

Data la mancanza di un’unicità del metodo e vista la soggettiva applicazione dei parametri fin'ora esaminati, è importante che il consulente nella relazione peritale, oltre alla diagnosi, fornisca al giudice tutti gli elementi indispensabili per valutare la gravità del danno e la sua temporaneità o permanenza.
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